Meddle cover

Sperimentare, scoprire, esplorare: il viaggio dei Pink Floyd

Di Gabriele Scanziani, 18.09.13 Il disco della settimana

Per un motivo o per l’altro, ogni disco dei Pink Floyd ha qualcosa di particolare, qualcosa di inaspettato in grado di stupire chi ascolta con suoni abilmente congeniati, giri di chitarra impensabili, riff coinvolgenti e sperimentazioni musicali al limite della dissonanza. Più di altri loro colleghi, i Pink Floyd hanno fatto della sperimentazione il loro marchio di fabbrica. L’apice di questo percorso che li ha portati sino ai confini della musica è Meddle, il disco che li ha resi il gruppo che conosciamo. Probabilmente non l’album più famoso del gruppo, sicuramente meno conosciuto e (ingiustamente) considerato inferiore a lavori maggiormente noti come The Dark Side Of The Moon o The Wall. Tuttavia è pur sempre un passo importante, direi addirittura fondamentale, nella discografia del gruppo.



Di ritorno dal Atom Heart Mother World Tour del 1968 la band era sfinita. Si trattava del primo tour dei Pink Floyd e fu un’attività che lo stesso Roger Waters descrisse come “da esaurimento nervoso”. All'inizio del 1971 la band ha cominciato a lavorare su nuovo materiale agli Abbey Road Studios. In quel tempo, la sala di registrazione principale degli studi era equipaggiata solo di un multitraccia ad otto piste, insufficiente per le crescenti esigenze tecniche della band. Hanno quindi concentrato i loro sforzi, tra cui l'apertura di "Echoes", registrando sui 16 tracce di due piccoli studi a Londra: AIR e Morgan a West Hampstead.

In mancanza di un tema centrale per il progetto, la band decide di sperimentare, nel tentativo di stimolare il processo creativo. Un esercizio consisteva nel far registrare ognuno su una traccia separata, senza alcun riferimento a ciò che stavano facendo gli altri membri. In pratica la band ha suonato seguendo una struttura di accordi precedentemente concordati e definendo degli stati d'animo, ad esempio “primi due minuti romantico”, in modo che tutti potessero cogliere l’umore della canzone ma apportando ognuno la propria unicità e il proprio contributo personale.



Il risultato è un album in crescendo, in cui ogni canzone rappresenta un pianeta a sé e il passaggio da una traccia a quella successiva è il wormhole che catapulta il pubblico da un lato all’altro della galassia Pink Floyd in pochi secondi. Sei seduto sulla tua poltrona preferita, assapori una birra mentre dalla mano destra s’innalza il fumo della sigaretta, hai appena finito di sentire “San Tropez”, pezzo dalle atmosfere al limite del grottesco, e sei catapultato nella polvere dell’Aalabama con “Seamus”. In questa canzone, oltre al banjo, i Pink Floyd hanno registrato anche un cane che abbaia. Si ha davvero l’impressione di essere nel cortile dello sfasciacarrozze di una polverosa città di confine, con un cane da guardia che ulula e un vecchio furgone Ford che arrugginisce al sole, davanti all’officina.
Ogni particolare di Meddle è pensato per la crescita e il respiro dell’album, la prima traccia “One Of These Days” si fa strada dopo quasi un minuto di effetti che riproducono il vento. “Fearless” propone una ballad quasi ipnotica, con innesti blues inaspettati, quasi fossero la sorpresa di un uovo di Pasqua. Si rimane appesi con questa canzone, la sensazione è quella di essere tenuti da un filo, mentre il panorama scorre sotto di noi, simile allo scorrere della terra sotto ad un aeroplano in volo.

Quando stavamo lavorando a Meddle, sentivamo il peso sulle spalle. Era un disco molto diverso da Atom Heart Mother e pensavo che avremmo dovuto usare un nuovo approccio alla scrittura musicale. Così tentammo di organizzare sessioni di registrazioni separate, dove ognuno metteva il suo suono senza qualcuno che supervisionasse i pezzi. È stato un disastro. Però ha anche funzionato in qualche modo. Quelle canzoni “pronte a metà” le abbiamo usate come base per l’album, riuscendo a comporre e costruire musica senza preconcetti, seguendo solo la nostra ispirazione” (cit. Guitar Player, intervista a Roger Waters, novembre 1979).

Molte volte ho scritto quanto apprezzo l’innovazione e il coraggio di sperimentare, specialmente in ambito musicale, e vi è più di un motivo per gioire delle nuove scoperte nel mondo della musica. La prima ragione è che una gran parte di tali scoperte dà vita ad un nuovo genere, permettendo ad altri musicisti di trarre ispirazione dal nuovo lavoro. La seconda è che si innesca una sorta di reazione a catena, più si sperimenta con successo nel campo dell’innovazione musicale, più la musica stessa ne beneficia sia in termini di qualità che di forza espressiva.

Lontani sono i tempi dei pionieri, dei coraggiosi e degli sperimentatori. Con amara nostalgia ammetto che oggi si sperimenta sempre meno, l’impressione è che la musica si stia appiattendo, i detrattori più aggressivi direbbero che “è tutto uguale”. Trovandomi d’accordo con loro mi auguro un giorno, nel futuro prossimo venturo, di ascoltare nuove musiche, nate dalla voglia di esplorare territori inesplorati, per ora al buio, soli e in attesa di essere visitati.


Giornalista non tesserato, appassionato di black music e delle sue varie sfumature. Attore, ballerino, presidente. Non sono nessuna di queste cose.

gabriele.scanziani@agendalugano.ch
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