Tom waits swordfishtrombones

Good Gone Bad: Tom Waits

Di Gabriele Scanziani, 02.10.13 Il disco della settimana

“Hai mai ascoltato Tom Waits?”. Mi domandò una giovane ragazza, agghindata con tutti i drappi tipici della categoria che cade sotto l’etichetta di “alternativo”, durante un concerto alla Rote Fabrik di Zurigo. Oggi, a qualche lustro di distanza, rammento bene sia la ragazza, sia il suo modo di fare che, immancabilmente, sconfinava nel grottesco. Nondimeno, l’articolo che state leggendo poco o nulla ha a che vedere con quella giovane, mentre c’entra parecchio con il buon vecchio Tom Waits. Buono poiché in realtà è un finto cattivo e vecchio, inteso come saggio, in vista della sua esperienza musicale, che lo rende un anziano meditato al pari dei personaggi elfici di Tolkien.

Tom Waits è un bel rischio. Di lui si è detto pressoché tutto, i giornalisti britannici non hanno mancato di sottolinearne i tratti depressivi, quelli americani gli criticano l’approccio antinazionalista, i francesi lo esaltano al pari di Dylan e, guardando bene, lo fanno a ragion veduta. Parlare di un disco, uno qualsiasi, di Tom Waits significa esporsi all’astio di chi ne ha solo sentito parlare e allo sguardo critico di chi ne ricorda ogni sfumatura tonale, anche la meno importante. Chi mi conosce sa bene che non mi preoccupa né l’ira degli ignoranti né il giudizio degli esperti, dunque procediamo parlando di uno dei lavori più meravigliosamente criptici del Nostro: Swordfishtrombones.



Ricordo bene il Waits prima maniera, che pur non mancava di presentarsi come “the one and only”, colui che, quando associato a Bob Dylan, compiva brusche virate sul jazz anziché battere il ferro ancor caldo del folk rock. Rammento quel suono ispirato più a Cole Porter, interpretato come farebbero Monty Woolley o Bill Hicks, o a George Gershwin, vere radici dell’animo waitsiano, sebbene sarebbe stato molto più facile adagiarsi riproponendo una versione più meditata del classico Woody Guthrie. Un altro aspetto che caratterizza la persona, scindendola brutalmente dal personaggio, è che a Tom Waits importa poco di quasi qualsiasi cosa del mondo, esclusi sua moglie e il suo pianoforte. Nel corso di una divertente intervista in una trasmissione della televisione australiana, il conduttore gli domandò se si fosse mai preoccupato del successo, la risposta fu semplice quanto geniale:

Beh, ecco…mi preoccupo per un sacco di cose. Ma non sono preoccupato per il successo. In questo momento in effetti una delle mie più grandi preoccupazioni è se ci siano dei nightclubs in paradiso…”.

Giuste preoccupazioni a parte, la vera immersione nell’universo del cantautore la si trova, in apnea e privi di scafandri protettivi, proprio in Swordfishtrombones. Si tratta infatti del primo album interamente prodotto dall’autore, accolto entusiasticamente dai più, non ha mancato di generare qualche mugugno tra i più legati al Waits prima maniera. In realtà il disco è frutto di una metamorfosi artistica, una metempsicosi esplosa anche dai suggerimenti di Kathleen Brennan, moglie del Nostro, che gli consigliò di accorciare la durata delle canzoni.

Kathy mi disse che dovevo smetterla di cazzeggiare. Secondo lei dovevo fare pezzi da due minuti, tre al massimo. Oggi la gente va di corsa, non ha molto tempo da dedicare alla vita, così ho progressivamente accorciato la lunghezza dei miei brani e, nonostante mi dà fastidio ammetterlo, ho dato ragione a mia moglie”. (cit. Paste, Intervista a Tom Waits di Chris Roberts, Ottobre 2007)

Se “Underground” mette subito in chiaro che si tratta di un lavoro iniettato di vaudeville, intriso di quelle atmosfere da freak show che popolano l’universo dell’autore, più si esplora il bosco magico di Waits e meno si ha voglia di ritrovare la strada di casa. Ci si lascia andare, sentendosi assorbiti da un mondo a cavallo tra la paura e lo scherzo, in cui la voce baritonale del Nostro mima acusticamente le onde dell’oceano. Nondimeno, l’esperienza non può certo essere archiviata come un mero viaggio.

Swordfishtrombones in realtà è un animale multiforme, tanto quanto lo è il suo autore, una sorta di camaleonte di quindici tracce che cambia colori e sfumature, mimetizzandosi completamente in base alla superficie che sfiora. Tuttavia, al di là delle facili metafore e dei paragoni col mondo animale, ciò che rimane è l’anima, l’impronta soul di quel timbro inconfondibile. L’intensità è tale che la sua voce pare immersa nel miglior whisky torbato per un paio di settimane, accompagnata da diverse stecche di sigarette, per poi riemergere dagli abissi infernali e, infine, essere traghettata da Caronte nelle nostre orecchie mortali.

Altro aspetto degno di nota sono gli strumenti usati, dal clavicembalo al banjo, ogni tipo di percussione conosciuta e sconosciuta, perfino quelle africane e industriali. Essendo il primo LP che Waits pubblica per Island, dopo sette lavori con la Asylum, marca un passaggio anche artistico verso una musica meravigliosamente colorata e apparentemente dissociata ma che, in realtà, possiede una struttura solida e precisa. Una congerie di blues sciamanici, jazz da cabaret, accenni di folk e marce da circo. Un universo intero di minuscoli pianeti, esplorabili in un paio di minuti, ognuno con i suoi profumi e i suoi sapori.

Swordfishtrombones è un percorso enogastronomico in cui l’oste si diverte a scherzare con gli ospiti che, già ebbri dopo pochi minuti, non possono fare altro che lasciarsi andare e godersi lo spettacolo.


Giornalista non tesserato, appassionato di black music e delle sue varie sfumature. Attore, ballerino, presidente. Non sono nessuna di queste cose.

gabriele.scanziani@agendalugano.ch
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