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(In)sicuri e indie: Built To Spill

Di Gabriele Scanziani, 09.10.13 Il disco della settimana

Mi trovo spesso a parlare di dischi del passato in questa rubrica, non me ne vogliano i lettori, non per mancanza di interesse o di informazione nei confronti di musicisti e artisti contemporanei, quanto per l’estrema difficoltà nel trovare musica del nuovo secolo di cui valga la pena parlare. Di sicuro non sono uno di quei detrattori nostalgici, piegati dalla scoliosi in consolante posizione fetale nel proprio grigiume, che agitano il pugno a destra e a manca abbaiando il loro sdegno. Al contrario, sono sempre entusiasta all’ascolto di nuovi progetti, scartare il disco di un artista a me sconosciuto mi rende felice come un pargolo il giorno della natività cristiana.
Col medesimo entusiasmo ho aggredito il disco dei Built to Spill: There Is No Enemy. Uscito nel 2009, dunque non proprio fresco di stampa, è un lavoro che mi ripromisi di ascoltare una volta superata la delusione causata da You In Reverse, penultimo album della band. Ci volle circa un lustro e mezzo perché digerissi l’amarezza e lo scontento cagionatimi da quel disco ma, giunto alla fine del processo, sono felice di averlo (quasi del tutto) rigettato.

Nel corso degli anni Novanta i quattro, prima tre e ora cinque, ragazzi di Boise hanno puntato a comporre e registrare il più ambizioso e potente indie rock mai pubblicato. Con l’avvento del nuovo secolo, paiono invece volersi accontentare della mera esistenza. In seguito a Perfect From Now On e Keep It Like A Secret, 1997 e 1999, il gruppo sprofonda in una lunga e inesorabile ibernazione creativa. Tanto che persino i brevi sprazzi di estro genuino -“Strange” o “Goin’ Against Your Mind”- sfuggono ai padiglioni auricolari poco attenti, poiché recintati dalla mediocrità. Mi ero dunque ormai arreso al fatto che Doug Martsch, barbuto leader del gruppo, non avesse più argomenti.



Con Martsch però, il concetto di “avere qualcosa da dire” va costantemente aggiornato. Primo perché non fa che ripetere ad ogni intervista che i testi della sua penna non possiedono nessun riferimento biografico, che lui scrive canzoni in preda ad un sacro furore cercando di essere un freddo narratore, che non prende parti alcune. Scuse peraltro già note e (ab)usate anche da un mostro sacro come Lou Reed ai tempi di “Heroin” e “Waiting For My Man”. Pur lasciando a Martsch il beneficio del dubbio, concordo con Fellini nel sostenere che la perla è l’autobiografia dell’ostrica. Fatico molto a sedere al banchetto di chi sostiene che la propria vita e la propria musica sono due portate distinte e senza legami.

Lo stesso Martsch si è contraddetto diverse volte, la più plateale è in “Pat”, canzone che affronta il lutto e la conseguente perdita di un amico, una delle più autobiografiche mai registrate dalla band. Così come in “Good Ol’ Boredom” viene celebrato il ritorno alla noia, un’uggia descritta come normale e salvifica sensazione di rimpatrio emotivo nel piattume del quotidiano. Benché l’orientamento artistico voglia Doug Martsch al pari di un robot in grado di mediare la propria scrittura, scremando qualsiasi riferimento alla sua esistenza, gli aspetti autobiografici presenti nel disco saltano all’occhio come mosche su un manto innevato.

Nondimeno There Is No Enemy risulta un album discreto all’ascolto, con picchi di alta qualità che però non bastano a permearne l’insieme. Interessante la via percorsa, paradossalmente è proprio quella autobiografica che tanto pare terrorizzare il leader della band, ciò nondimeno si percepisce la mancanza della convinzione, la stessa che invece colmava i lavori del primo gruppo dell’irsuto cantastorie di Boise, Idaho. Sebbene i tempi dei Treepeople distino quasi un decennio, il disco ammicca sensuale verso quelle atmosfere, riuscendo a pieno nell’intento di riproporre con originalità, rivisitare senza suonare le medesime melodie.

Nel quadro dipinto dalla loro discografia, quest’ultimo è il lavoro della ripresa, il disco in cui ci si rimette in gioco senza troppo badare al possibile esito. Bisogna perdonare l’incertezza di Martsch, allo stesso modo in cui si perdonerebbe il silenzio di un timido. In realtà, i Built To Spill non hanno mai preteso di essere un gruppo adatto a tutti i palati e lungi da me volerne criticare l’essenza criptica. In una galassia musicale in cui l’immagine sovrasta e spesso soffoca la musica stessa, una band che si allontana da questa tendenza è da elogiare a gran voce.

Essendo il seguito di due lavori che definire fallimentari sarebbe un eufemismo, l’augurio è che, oltre ai molteplici progetti collaterali, i Nostri abbiano la fame e il fegato per rimettersi in gioco senza paura alcuna. E, seppure il gioco fosse nascondino, mi auguro che cessino di utilizzare un dito per mimetizzarsi.


Giornalista non tesserato, appassionato di black music e delle sue varie sfumature. Attore, ballerino, presidente. Non sono nessuna di queste cose.

gabriele.scanziani@agendalugano.ch
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