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Iron & Wine: il meraviglioso mondo di Samuel Beam

Di Gabriele Scanziani, 23.10.13 Il disco della settimana

Con l’inverno alle porte e la pioggia che batte fine sui vetri delle finestre, questo è il disco più azzeccato che si può ascoltare. Non solo perché è un disco acustico, quindi riscalda l’animo per definizione, ma perché Samuel Beam è uno degli autori migliori della sua generazione.

Per deformazione professionale, bado molto ai testi delle canzoni, amo leggerli più volte per gustarmi il più possibile il viaggio in musica di ogni traccia. Ascoltare un disco qualsiasi di Iron & Wine è come partire per un tragitto sconosciuto, una di quelle partenze in cui ti godi il paesaggio in modo privo di distrazioni. Sarà l’accento del sud, quasi da “redneck”, saranno le parole o il suono della sua chitarra, fatto sta che la produzione di Iron & Wine è una crescita costante. In particolare Our Endless Numbered Days, titolo che cela (neanche tanto timidamente) un meraviglioso gioco di contraddizioni per chi conosce l’inglese, è il primo disco che il Nostro registra in studio, dopo l’esordio registrato con un otto piste.



La differenza rispetto al primo disco è palese come qualità sonora, tuttavia il Nostro è riuscito a mantenere quell’aspetto intimo, tipico della sua musica. Mentre lo si ascolta, pare di averlo accanto a sé, che strimpella cantando gentilmente nel nostro salotto. Certo, non si tratta di un disco che inchioda al muro, non è musica con cui muovere la testa fino a che non si stacca dal collo. Più che altro è un album in cui Beam usa il meglio della sua capacità narrativa, colpendo sempre nel segno. Riguardo alla sua tecnica di scrittura, durante un’intervista realizzata dal magazine online FaceCulture, il Nostro dice candidamente:

“Non ho una vera e propria tecnica, cerco di unire le mie poesie alle mie canzoni. In realtà mi piace raccontare storie che coinvolgono qualcuno di esterno da me. Oggi non ha senso dire in una canzone ‘sono davvero triste’ o ‘sono innamoratissimo’, alla gente non interessa. Se invece racconti una storia, qualcosa che coinvolga uno o più protagonisti, permetti a chi ti legge o ti ascolta di identificarsi. Ogni storia ha il suo significato, ma così almeno si lascia libera l’interpretazione.”

È proprio il candore, del tutto naif, che stupisce da parte di un artista tanto completo e poliedrico. Sam Beam infatti non si limita a scrivere e cantare, dipinge, gira cortometraggi e insegna sceneggiatura e scrittura creativa all’Università di Miami e al Miami International University of Art & Design. Iron & Wine non ha rinunciato all’insegnamento in favore della musica, a dire il vero ha sempre scritto canzoni. Componeva ben prima che gli venisse proposto un contratto discografico, in effetti successe tutto per caso. Un giorno Jonathan Poneman, fondatore della leggendaria Sub Pop Records, inciampò su una sua canzone e si innamorò di questo giovane cantautore, tanto radicato nella tradizione folk americana quanto moderno nell’approccio e discreto nel modo di porsi.
Ogni disco del Nostro ha un tema comune, in The Shepherd’s Dog, suo terzo lavoro, il filo conduttore dei suoi racconti in musica è un cane. In Our Endles Numbered Days l’elemento che ritorna è la coppia, mai la stessa, spesso con problemi difformi da canzone a canzone, sempre meravigliosamente descritta, con una scelta di parole ed un uso del linguaggio tale da suscitare invidia nei suoi detrattori e venerazione da parte del culto dei suoi fanatici.

Amo troppo l’equilibrio per schierarmi con i fanatici in generale, ma per Iron & Wine faccio volentieri un’eccezione. Anche se ben nascosta, l’influenza blues si fa sentire diverse volte durante l’ascolto. In effetti “Teeth In The Grass” e “Free Until They Cut Me Down” sono messe esattamente dove cambia il panorama, pur senza modificare il tragitto. Queste canzoni sono i due momenti di stacco, due attimi dilatati in qualche minuto in cui Iron & Wine guarda verso Lightin’ Hopkins e Washboard Sam, senza avere l’ardire di riproporli, ma “semplicemente” facendoli suoi.

Gioca al contrasto, si diverte con le orecchie dell’ascoltatore e si sente. Costruisce canzoni d’amore basate sulla separazione, parla di come dover affrontare la morte mentre accompagna il discorso con una melodia leggera. Offre vero veleno e lo accompagna con un cucchiaino di zucchero. Se si riesce ad entrare in sintonia con il mondo musicale di Iron & Wine, è facile ritrovarsi contenti dell’aver assorbito le sue storie, felici di essere a casa, dopo tanti (troppi) viaggi in musica pensati apposta per i turisti che non amano addentrarsi nell’entroterra emotivo dell’artista.

Questo disco saprà stupire i viaggiatori, sia per le oggettive abilità tecniche nell’ambito della scrittura, sia perché, grazie alla composizione di musica e testi, riuscirà a trattenere la vostra attenzione per lungo tempo dopo che già avrete deciso di concedergliela.


Giornalista non tesserato, appassionato di black music e delle sue varie sfumature. Attore, ballerino, presidente. Non sono nessuna di queste cose.

gabriele.scanziani@agendalugano.ch
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