Lou cover

Arrivederci Lou

Di Gabriele Scanziani, 30.10.13 Il disco della settimana

Quando scompare un grande artista, percepire quella sensazione di vuoto che ne precede il ricordo è cosa normale. Io conobbi la musica di Lou Reed e dei Velvet Underground intorno ai 16 anni, mi regalarono Transformer in vinile e me ne innamorai subito. Quel disco mi fece capire da dove proveniva tutta la musica che ascoltavo in quel periodo. Ricordo bene la delusione quando mi resi conto che quasi tutti i miei gruppi preferiti di allora non avevano inventato nulla, Lou Reed aveva già spianato la strada, indicando una possibile via e percorrendola senza remore, come il Rock'n'Roll Animal che era.
Già con The Velvet Underground & Nico, datato 1967, aveva dato una scossa non indifferente al mondo rock del tempo. Poco importa che “Sunday Morning” avrebbe dovuto cantarla Nico, poco (o nulla) contano le voci che definiscono Lou Reed come un accentratore, un maniaco del protagonismo. Di certo non è dato a noi di giudicare la persona, il massimo che ci è concesso è dare un parere sulla musica.

Nondimeno, alla morte di un grande, molti parlano dell’uomo pur non avendolo mai conosciuto. Chi lo definisce un pessimo chitarrista, chi un egocentrico, chi lo bolla come drogato e persona dalla vita sessuale quantomeno promiscua. La cosa più squallida è che tali “pareri”, di sicuro poco attinenti con la musica e del tutto gratuiti, vengono diffusi in Rete da persone che non desiderano commentare un artista, ma cavalcare l’onda della notizia. Forse non hanno i mezzi per giudicarne la discografia, forse non hanno l’interesse e, cosa ancor più probabile, difettano in discrezione e cognizione di causa. Trovo sempre di cattivo gusto sferrare macigni su un defunto, specialmente a cadavere ancora caldo.

Nonostante i provocatori, molti musicisti e amici stretti del cantante hanno raccontato cosa davvero avesse fatto per loro la persona dietro al personaggio. Uno dei primi a parlare è stato David Byrne, fondatore dei Talking Heads, che a nemmeno un giorno dalla notizia scrive dalle pagine del Rolling Stone:

Lou non ha mai smesso di seguire gli artisti emergenti, sia i gruppi musicali che tutti gli altri tipi di spettacolo. Questo è stato, per me, ispirazione pura. Un sacco di artisti si ritirano dopo aver raggiunto un certo livello di successo o di notorietà - Lou sembrava mantenere la sua curiosità e propensione al rischio.
Il suo lavoro e quello dei Velvet è stato il motivo per cui mi sono trasferito a New York e non mi sento solo in questa città. Abbiamo voluto essere in una metropoli che nutre e alimenta quel tipo di talento.

Anche Antony Hegarty ha dedicato a Reed bellissime parole dal suo profilo facebook:

“Lou era come un padre per me. Non mi sono mai sentito così compreso e amato per quello che sono come persona. Ha lottato instancabilmente per farmi avere un posto nella cultura ufficiale. La mia carriera non sarebbe mai decollata senza l’influenza di Lou. Chi è vicino a Lou lo conosceva come un amico dal cuor di leone e come un essere umano estremamente premuroso. Quando parlammo della morte un paio di settimane fa, mi disse che ero concentrato sull’aspetto sbagliato della faccenda. Il suo obiettivo di recente era quello di esercitare la sua disciplina mentale per stare nel presente e non voleva essere tenuto in ostaggio dalla paura di un futuro illusorio. Ha affrontato la morte con dignità e coraggio, e anche allora è rimasto un insegnante e un mentore per me. Mi manca, con tutto il mio cuore. E 'difficile per me realizzare che un tale gigante potrebbe davvero essere andato.”

Al termine di una giornata difficile, i suoi dischi erano la cura. Era un amico mai conosciuto, che attraverso le sue canzoni mi permise di ricaricarmi, di conoscere, di approfondire aspetti musicali a me sconosciuti. Ogni volta che facevo girare un 180 grammi suo o dei Velvet sul mio giradischi, era come se si materializzasse nel mio salotto, invitandomi a focalizzare l’attenzione sulle sue storie. Da “Vicious” a “Coney Island Baby”, da “Venus In Furs” a “Who Am I”, conoscevo maggiormente me stesso attraverso il suo mondo.

Quando ho appreso della sua scomparsa questa domenica, ammetto di essermi sentito un po’ più solo. L’unica cosa che posso fare è rallegrarmi del suo lascito, una discografia fantastica (escluse le sperimentazioni più seminali, da Ecstasy in avanti, che non giudico solo perché fatico a comprenderle fino in fondo) condita da un’innata capacità di scrittura e accompagnata da un istinto musicale raro, da vero precursore. In cuor mio non penso a chi colmerà l’abisso della sua mancanza, mi limito a ringraziarlo silente, certo che, ovunque sia, il suo ricordo non verrà cancellato facilmente nemmeno dalle parole del più incompetente, egocentrico e superficiale dei detrattori.


Giornalista non tesserato, appassionato di black music e delle sue varie sfumature. Attore, ballerino, presidente. Non sono nessuna di queste cose.

gabriele.scanziani@agendalugano.ch
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