Il cielo sopra berlino

Anche gli Angeli possono innamorarsi ovvero: Il cielo sopra Berlino

Di Ester Pasquato, 09.06.14 24 Fotogrammi

Significativo risulta che il film inizi con la scrittura di un foglio bianco, forse allusione alle poesie di Rilke da cui Wenders dichiara di aver tratto esplicitamente ispirazione, in ogni caso espediente per narrare una storia. Ma non si tratta, apparentemente, di una storia particolare bensì  di quella più universale che, attraverso lo sguardo puro di un bambino (o di un angelo) “che non sapeva di avere un’anima e aveva un vortice tra i capelli” cerca di far luce sulle più profonde questioni esistenziali che tormentano ogni sensibile animo umano, e riguardanti l’inizio del tempo, l’estensione dello spazio e il mistero dell’essere ma, soparattutto, se la vita sotto il sole non sia che un mero sogno.

  Scivolando sulle penetranti traiettorie visive di due “angeli custodi” che, tra le protettive ali di bronzo dell’angelo - simbolo della città, seriamente sorvegliano da una prospettiva aerea e intima al tempo stesso i movimenti terrestri, veniamo introdotti direttamente, a tratti quasi bruscamente, nella mente dei brulicanti personaggi, le cui voci interiori si mescolano le une con le altre e con i rumori esterni fondendosi in un’unica cantilena di cui a stento individuiamo non solo le parole ma la fonte stessa. Navighiamo quasi oniricamente su una superficie di pensieri ed immagini che ci scorrono davanti con la velocità di un treno, inquadratura non casualmente ricorrente nel corso del film, attanagliati da un senso di impotenza ma anche da quel sollievo che nasce da una precisa consapevolezza dei limiti che il proprio ruolo impone.

  La pellicola è tutta giocata nel trapasso tra realtà e sogno, tra un bianco e nero che conferisce alla pellicola nitidezza ma al tempo stesso quel velo di malinconia dato dallo sguardo di chi sa di rappresentare il muto testimone di una realtà su cui non è in grado di incidere, e il colore che interviene, inizialmente a sprazzi, per diventare poi lo sfondo costante nel momento in cui l’Angelo, abbandonate le sue vesti spirituali, può finalmente percepire tutto il peso che una  vita materiale comporta. Quest’alternanza, se crea un effetto al principio destabilizzante nello spettatore, costituisce dall’altro un indizio manifesto di quegli attimi in cui i due mondi giungono a sfiorarsi.

  Difficile forse da realizzare alla coscienza, ma un’esistenza angelica può rivelarsi notevolmente stancante, quando ogni cosa che si fa è apparenza e non si può stringere la mano a un amico o entusiasmarsi alla vista di una nuca e di un orecchio cari.
Il regista sembra dunque proporci una stravolgimento totale di prospettiva, ancora una volta la tradizionale sfida tra le potenze celesti e quelle terrene, dove il motore che tutto anima, e il prezzo da pagare in cambio di una serena eternità, non è altro che  l’Amore.

  Ed è proprio questa la scelta su cui il nostro alato protagonista è interpellato nel momento in cui si innamora di un paio d’ali di tutt’altra fattura, appartenenti a quel mondo - tendone dello spettacolo che, con la creazione di un’alternativa immaginaria, costituisce anche il punto di invisibile tangenza tra realtà e fantasia, tra età adulta ed infanzia, a cui tutti possiamo, come attori o semplici spettatori, partecipare. E si tratta, come la bella trapezista Marion non manca di rivelare alla fine in un discorso solo apparentemente sconclusionato, di una decisione che spetta solo accidentalmente all’ Angelo, ora Uomo, ma in cui sono le voci dell’ “intera piazza” a parlare, ribadendo la portata universale del messaggio.

  Così è un compito che assume una valenza quasi epica quello che la nuova coppia dovrà assolvere: “sarà una storia di giganti invisibili riproducibili” in cui lo stupore dell’incontro sarà all’origine del concepimento non tanto di un bambino materiale quanto di quella comune immagine immortale che sola può rendere un uomo veramente tale.

  Il film si chiude, come si era aperto, su un foglio bianco dove l’ignota mano può finalmente tracciare ciò che nessun angelo sa, e con l’immagine in dissolvenza di un anziano che si raccomanda, rivolto allo stesso plumbeo cielo identificato in quell’invisibile pubblico che si presume abbia seguito l’intreccio finora, di non dimenticare che, comunque, c’è bisogno di un narratore, di un corifeo per tutti.
  Quasi a rammentarci che siamo tutti attori sul grande palcoscenico della vita e che, se una storia c’è, è fatta per essere narrata conferendo in tal modo una continuità spazio-temporale a quel mondo che altrimenti risulterebbe frammentato in una miriade di voci discordi e distanti.
 


Dimmi, o luna: a che vale al pastor la sua vita, la vostra vita a voi? dimmi: ove tende questo vagar mio breve, il tuo corso immortale?

esteroula_p@hotmail.com
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