Treno 3

Train de vie: quando la realtà diventa fiaba

Di Ester Pasquato, 06.01.14 24 Fotogrammi

  Come una fiaba inizia questo secondo lungometraggio di Radu Mihaileanu, forse la più triste tra le storie che il secolo XX ci ha regalato, ma tratteggiata con una sorprendente ironia: quella della Shoah.
“C’era una volta…” esordisce infatti uno dei protagonisti, nonché narratore, di quest’insolite fiaba moderna che, contravvenendo alle più basilari regole narrative che stabiliscono il mantenimento dell’atmosfera fiabesca nell’indeterminatezza spazio – temporale, viene invece immediatamente inserita in un preciso contesto: uno shtetl dell’Europa orientale nell’estate del 1941. Si tratta del primo indizio che vorrebbe indurre il pubblico in una condizione quanto meno di guardia, ovvero instillargli la cautela necessaria per muoversi all’interno di quel sottile confine fra realtà e finzione.
  Il primo atto che possiamo osservare, e che costituirà appunto la tematica portante dell’intero film, è una precipitosa fuga da un pericolo imminente, la cui utilità è peraltro subito smentita dalla coscienza che, forse, non sia infine possibile fuggire da ciò che si è già visto…

Una narrazione all’insegna della contraddizione dunque è il marchio che s’imprime nella pellicola fin dalle prime scene, proprio perché senza senso si rivela il meccanismo stesso della deportazione, che qui si trasforma in un’ancora più assurda auto – deportazione, dell’ intero popolo ebraico. E, non a caso, quando il Reale è tutt’altro che Razionale, a dispetto del grande maestro dell’Idealismo tedesco, il più geniale dei progetti non può che nascere dalla mente di un folle, i documenti falsi diventano documenti folli e la stessa volontà di Dio si fa sempre più imperscrutabile se, come si sorprende una donna, Egli “ha scelto gli uomini per dirigere la terra e un pazzo per mostrargli la via”.
   Tutti i personaggi che popolano il film sono bozzettisticamente dipinti come macchiette che pensano ed agiscono sulla base dei più rinomati stereotipi caratterizzanti la figura dell’ ebreo, così come il comunista e, in antitesi, il nazista che appaiono in tal modo svuotati delle loro più intime peculiarità. Anche il linguaggio, abituale canale di espressione e comunicazione, è sottomesso al medesimo processo di deformazione per cui se il tedesco è definito una lingua rigida, precisa e triste, lo yiddish, per contrappunto, sarà un’ironica parodia di questo. Sempre più indistinguibili diventano così anche i margini d’identificazione tra gli uni e gli altri in un continuo scambio dei ruoli che, se inizia come progetto quasi ludico, finisce per assumere una gravità che quasi costringe i personaggi a immedesimarsi integralmente nella nuova identità, al punto che l’ebreo eletto dai saggi come Generale Nazista può ironizzare sulla forzata erranza degli ebrei qualificandola come “nostalgia delle origini” e affermare con innata naturalezza  che: “Tedesco non è chi lo vuole ma chi lo merita”, stravolgendo completamente le prospettive in un sarcastico gioco di specchi.
  La lotta esterna, la darwininana lotta per la vita accompagnata, nei momenti di più acuta tragicità dalla stemperante musica di Goran Bregovic, si trasforma quasi impercettibilmente in un conflitto interno che mina in primo luogo l’unità di un popolo, qual è ogni gruppo costituito su basi etniche, religiose o ideologiche, ma che arriva a frantumare le più intime certezze individuali. Tramite le farneticazioni di un Matto che, trovando il posto di Rabbino già occupato, ha scelto in alternativa un ruolo solo apparentemente privo di incombenze, siamo introdotti in un molto lucido delirio in cui se l’Uomo ha creato Dio “a propria immagine e somiglianza”, senza alcuna modestia, solo per inventare se stesso, se ha scritto la Torah solo per paura di essere dimenticato, può considerarsi ipotecata non solo l’esistenza di Dio ma la propria stessa esistenza.

  La storia di un popolo perseguitato sfuma allora nella più universale storia del genere umano che si definisce e può sopravvivere solo tramite la creazione dei propri idoli, solo fintanto che sia ancora dotato di una feconda facoltà immaginativa in grado di creare una realtà parallela e forse migliore, sia essa sotto forma di sogno, religione o fiaba.
Proprio per questo, forse, la “Nonnina d’oro”, invece di narrare rassicurante vicenda di Cappuccetto Rosso, sceglie, durante il viaggio, di raccontare la storia del Paradiso terrestre dove l’Uomo viveva forte e felice e, al nipote che la interroga se la Terra Santa sia soltanto in un luogo, amabilmente risponde che essa potrebbe essere ovunque e, se solo si volesse, non sarebbe mai lontana.
  Il treno - fantasma continua inesorabilmente la sua corsa sulle rotaie, immune come un sogno ai pericoli reali; in una terra di nessuno attraversa i bombardamenti e, laddove sembra che la catastrofe sia imminente, si scopre che sta invece varcando il confine verso la salvezza, dove le strade si separeranno e ognuno andrà incontro al proprio lieto destino.
  Sennonché il finale di un film sempre giocato, come ho tentato di illustrare, su una doppia chiave interpretativa, non può che rivelarsi ambiguo, lasciando lo spettatore nella vana illusione di poter scegliere l’alternativa che preferisce mentre ineludibile è quanto la realtà violentemente impone.

 


Dimmi, o luna: a che vale al pastor la sua vita, la vostra vita a voi? dimmi: ove tende questo vagar mio breve, il tuo corso immortale?

esteroula_p@hotmail.com
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