Fellini la voce della luna 1

Quando il silenzio diventa loquace si può finalmente udire "La voce della Luna"

Di Ester Pasquato, 13.01.14 24 Fotogrammi

  Con questo ultimo film Fellini ci lascia una sorta di malinconico testamento: si tratta di un’amara constatazione di come il mondo sia ormai in decadimento e, al tempo stesso, di come sia forse ancora possibile rinvenire in esso uno spiraglio di salvezza. La ricerca di un buco, verso l’alto o verso il basso, di un’apertura verso una realtà altra è infatti il filo conduttore che accompagna il protagonista Ivo, un giovane Roberto Benigni più arruffato e poetico che mai, durante tutto il suo peregrinare per la pianura padana accompagnato da un’improbabile ex-prefetto, il dott. Gonnella, messo a riposo per “progressivo ottundimento mentale” ed effettivamente preda di un affannoso delirio di persecuzione.
  Un’armoniosa intesa s’instaura immediatamente tra i due, l’uno alla ricerca di quell’eco infinita di voci che, come api nella testa, tentano di comunicargli un messaggio indecifrabile dai pozzi, l’altro intento a decodificare un complotto a suo danno in cui ognuno interpreta perfettamente la sua parte e perfino il figlio viene definito come “l’archetipo, l’idea platonica del figlio” all’interno della medesima, finta rappresentazione  che è la vita reale. Ma se il mandante di quel fantomatico complotto non si rivela altro, infine, che la vecchiaia stessa che come una larva vorrebbe insinuarsi tra gli esseri “vitali”, dall’altro i pozzi sono traditori, sostiene il becchino Pigafetta, poiché ti fanno fare sogni belli e brutti. Non a caso, infatti, l’ambientazione che qui si predilige è un notturno illuminato solo da una lattiginosa luce lunare, a sottolineare la dominante dimensione onirica che pervade lo spazio, anche mentale, dei personaggi. Tant’è che risulta arduo talora, per lo stesso spettatore, discernere quanto sia parte della realtà filmica e quanto appartenga invece all’immaginario del sogno e del ricordo quando, seguendo le scintille del fuoco effimere come le idee che s’involano, Ivo soggiunge: “Come mi piace ricordare, più che vivere…del resto che differenza fa?”

  Possiamo così individuare due categorie di personaggi in base alla “direzione” che prediligono: quelli che vanno verso il basso e quelli che preferiscono i movimenti ascensionali. Nella prima categoria troviamo gli “istituzionali” ovvero quelli che, in un modo o nell’altro, hanno accettato quel sistema di convenzioni grazie a cui solo è possibile un quieto vivere comune, tra i quali si situa senza dubbio Aldina, la donna così teneramente amata dal protagonista, la padrona di quella scarpetta di cristallo che così poco la assimila all’incantevole Cenerentola, tanto assorta dal culto della propria bellezza da corrispondere alla richiesta d’amore con una minaccia di denuncia, nonché tutta la categoria di burocrati e politici che organizzano una sorta di conferenza – stampa per celebrare la desolante cattura della luna. Essi si dimostrano saldamente ancorati alla Terra, a quel sottosuolo di cemento entro il quale, secondo quanto sostiene uno scanzonato operaio, si dipana “l’inferno come un tubo di ferro che attraversa tutta la città”.
Nella seconda rinveniamo invece personaggi come Nestore, l’ex marito della parrucchiera, evocazione di quel mitico re saggio dell’Odissea, che ascolta la misteriosa melodia della centrifuga incantato come da un canto di sirena, e che ama la vita sui tetti dove solamente “è beato di non essere niente come l’aria”; o l’ex musicista – professore di contrappunto, ritiratosi ancor vivente in cimitero per non sentire, nelle notti di plenilunio, il suo oboe sepolto che continua a suonare ma, soprattutto, perché disilluso nell’idea che la musica possa farsi garante di gioia, serenità e unanime accettazione.
  Quello che Fellini vuole qui illuminare tramite la cangiante, sebbene un po’ fioca luce della luna, è quel mondo di esclusi che, per la loro ambiguità, possono essere inglobati solo dalle fiabe  o dalla poesia. Ricorrente si manifesta, infatti, l’immagine di Pinocchio, nomignolo con cui la Nonna usa ammonire il nipotino svampitello a non bruciarsi i piedi nel fuoco e che, sotto la forma originale di burattino, riappare nella casa d’infanzia del protagonista. Ma il cardine di riferimento, il ruolo di padre spirituale di tutti gli emarginati, può essere indubbiamente ascritto al grande poeta Leopardi, i cui versi così intimamente interiorizzati dal romantico innamorato, vengono poi sostanzialmente concretizzati dal ritratto preminente nella cameretta infantile. Né bisogna dimenticare che la gru che salva l’ipotetico suicida Ivo dal tetto dove, sullo sfondo di una ciminiera fumante tra le deturpanti antenne paraboliche, sta almanaccando sull’effettiva possibilità di volare via è identificato nell’epica figura dell’ippogrifo, il magico cavallo alato che conduce l’eroe Astolfo sulla luna con il determinato compito di recuperare il senno perduto sulla Terra.
  Solo che non risulta infine così chiaro se chi l’ha perduto sia lo sconclusionato Ivo, in uno stato di perenne sospensione e tuttavia lucidamente consapevole che “la Luna ha i giorni contati”, o la restante società debitamente rischiarata dalla razionale luce solare.

  Finché non arriva l’eccezionale notizia che la Luna è stata catturata da tre paesani e giace, prigioniera come un qualunque animale addomesticabile, alla fattoria Migliorini. Molti piangono, altri pregano in una condizione in cui “nulla si sa, tutto si immagina” nonostante, per l’esimio rappresentante della Chiesa, “tutto sia già stato rivelato”. E, tuttavia, con un allusione tutt’altro che velata al noto dialogo leopardiano della Natura con un Islandese, un uomo le rivolge la domanda più antica del mondo: “Di chi è la colpa?” ovvero “Qual è il senso ultimo di questo nostro stare al mondo?”.
  Forse, traspare dalle parole di  un Gonnella sopraffatto dalla musica assordante di un rave che pure riesce a ritagliarsi lo spazio per un delicato quanto appassionato valzer con la donna dei suoi sogni, il senso è nel ballo che, come un volo, ci fa intravedere l’armonia delle stelle, trasformandosi in una sorta di inno alla vita. Ma la risposta più appagante viene, sorprendentemente, dal pozzo, da cui si sprigiona quel silenzio imbevuto dei nostri più segreti desideri grazie al quale, finalmente liberi nel cuore mentre tutto il resto sprofonda nella lontananza e in un’inguaribile ingiustizia, qualcosa potremmo finalmente capire…


Dimmi, o luna: a che vale al pastor la sua vita, la vostra vita a voi? dimmi: ove tende questo vagar mio breve, il tuo corso immortale?

esteroula_p@hotmail.com
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