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The Roots: alle radici del gusto

Di Gabriele Scanziani, 04.12.13 Il disco della settimana

Se uno ha una minima familiarità con la cultura hip hop e con la musica che ne deriva, è altamente probabile che abbia sentito parlare almeno una volta dei The Roots. Si tratta nientedimeno che di una delle band più importanti del genere, un gruppo in grado di mantenere una qualità straordinariamente costante per la maggior parte della propria storia musicale, fatta eccezione per The Tipping Point, flop perdonato grazie all’eccellenza di Game Theory, uscita immediatamente seguente a quella sopra menzionata. Ricordo che quando ascoltai per la prima volta l’album Things Fall Apart, fu come una rivelazione. Ogni canzone arrivava nel momento stesso in cui doveva arrivare, le variazioni del tema erano tutte perfette, il flow di Black Thought scandiva rime fantastiche, potenti come un cazzotto alla bocca dello stomaco.
La gamma eclettica di influenze e gli stili che sono in grado di riprodurre, dal jazz al soul e al funk, li rendono musicisti tecnicamente eccellenti e compositori dotati di un gusto più unico che raro. Sono sempre sconcertato quando mi ricordo che i The Roots sono musicalmente attivi dal 1987, all’epoca io avevo 7 anni e giocavo a palla in qualche campetto alle elementari. Things Fall Apart è stato lo sforzo maggiore del gruppo e, insieme a Do You Want More?!!!??!, combatte (e forse vince) la battaglia per il miglior disco del gruppo.

A scanso di equivoci avverto subito chi detesta gli stereotipi di questo genere che Things Fall Apart non contiene una pletora di elementi hip hop tale da risultare stucchevole già dal primo assaggio. Si tratta invece, come nei migliori lavori dei The Roots, di un disco che attinge dalle fondamenta di un suono urbano per (ri)costruire il proprio quartiere sonoro ex novo. The Next Movement, terza traccia da quando si inizia questo viaggio, contiene un’eccellente produzione di Jazzy Jeff, parti vocali cantate dalle Jazzyfatnastees, duo femminile che regala il giusto soul ad un pezzo senza macchia, mentre gli scratch di Jazzy Jeff sono il perfetto complemento ad una traccia più che riuscita.

I testi di Black Thought hanno dalla loro la forza della verità, rime fatte da un punchliner che si è esercitato divorando microfoni e tutti gli MCs - Master of Ceremony [N.d.R.] - che gli si facevano sotto. Sono liriche che provengono chiaramente da quelle battaglie rap rese famose molti anni più tardi da eminem, ma già ben note dagli addetti ai lavori.

L’aspetto che più amo dei The Roots, anche se è ben difficile ridurre la stima che ho di questo gruppo ad un’unica caratteristica, è la loro natura strumentale. Le note del basso sono suonate divinamente da Leonard "Hub" Hubbard che dà allo strumento la giusta tondità, mentre ?uestlove ha il suo tocco divino alle percussioni. Tocco che non scambierei mai con nessun altro batterista al mondo. È però altrettanto impossibile dimenticarsi o tralasciare la presenza di Scott Storch alle tastiere, che firma anche diverse produzioni, tra cui una delle canzoni più belle nella storia dell’hip hop: “You Got Me”.



Fino alla fine dell'album, per quanto riguarda le rime e i testi, Black Thought sfodera le armi migliori di un MC da battaglia. Tuttavia, con il potere evocativo presente in molte liriche di questo genere, stavo per rassegnarmi al fatto che, sotto questo punto di vista il disco avrebbe potuto risultare un po’ piatto. Poi però arriva “The Return To Innocence Lost” e la mia opinione cambia completamente. Consegnato all’ascoltatore dalla voce della bravissima Ursula Rucker, la canzone racconta di un padre violento e del difficile rapporto familiare che ne deriva, di come l’alcol e la degradazione rovinino una famiglia. Facilmente una delle canzoni più potenti che io abbia mai sentito. La volgarità utilizzata per descrivere la tragica storia è solo una piccola parte del tutto, anche le parole pronunciate appositamente in maniera monotona non sono noiose, ma impattanti, inesorabili perché illustrano orrori e ingiustizie difficili da descrivere. Il tutto con il suono di un carillon che sembra volersi rompere da un momento all’altro, per poi cambiare in una chitarra acustica. Si tratta di poesia allo stato puro. Si tratta di un racconto visivo. Si tratta di arte.


Giornalista non tesserato, appassionato di black music e delle sue varie sfumature. Attore, ballerino, presidente. Non sono nessuna di queste cose.

gabriele.scanziani@agendalugano.ch
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