Mfsb

Funkabbestia: il suono di Phillie

Di Gabriele Scanziani, 11.12.13 Il disco della settimana

Avendo iniziato a muovere i primi passi nella musica all’interno della cultura hip hop in Italia, non posso non riconoscere che il mio debito con il funk e con il soul è grande e difficilmente estinguibile. Il funk, in particolare, è sempre stato un genere che mi ha catturato. Ne ero già schiavo quando ho saputo che la parola significa senza regole, libero da costrizioni e autentico. Sono proprio la mancanza di un filtro, l’autenticità e la vitalità di questa musica ad affascinarmi. Senza nominare le infinite varianti ritmiche, tutte fantasticamente ballabili, che derivano (direttamente e non) da questo genere.

Siamo agli inizi del 1970, più precisamente nel 72, e a Filadelfia c’è uno studio all’avanguardia con le tecniche e le strumentazioni, si chiama Sigma Sound Studio e l’ha messo in piedi un ingegnere del suono appassionato di musica jazz e soul di nome Joe Tarsia. Lo studio viene velocemente riconosciuto come tra i più avanzati in tutti gli Stati Uniti e il suono dei dischi registrati al Sigma Sound raggiunge una pulizia e una chiarezza impensabili per il tempo.


(Nella foto: David Bowie con Luther Vandross e altri coristi in una sessione di registrazione al Sigma Sound)

Stesso periodo, stessa città, stesso studio; prende forma uno dei collettivi musicali più importante degli anni settanta: i MFSB. L’acronimo, ufficialmente, sta per Mother Father Brother Sister ma esistono numerose e svariate interpretazioni a proposito. Messa in piedi dai leggendari Kenneth Gamble e Leon Huff, duo di produzione musicale che ha sfornato qualcosa come più di centosettanta dischi d’oro e di platino, inizialmente la band doveva essere semplicemente il collettivo di musicisti da studio cui appoggiarsi per le registrazioni. I MFSB furono molto più di questo.

Nel 1974 un programma televisivo a sfondo musicale, il celeberrimo Soultrain, decide di cambiare il proprio tema e chiama gli MFSB per crearne uno. La band scrive “TSOP”, acronimo che sta per The Sound Of Philadelphia. Fu così che nacque il suono di Phillie (Filadelfia, ndr). Un suono indimenticabile, che superò i confini temporali del genere per essere riproposto da moltissimi DJs nei due decenni a venire. Senza contare i numerosissimi remix, sia ufficiali che non, che esistono di uno dei loro pezzi più famosi: “Love Is The Message”.



Noti per essere tra i musicisti migliori della loro generazione, i MFSB riescono in qualche modo ad inglobare lo spirito del funk dell’epoca. In un momento in cui addirittura il buon vecchio Sex Machine, che si crogiolava da sempre nel suo spirito autocelebrativo, a cavallo tra gli album Get On The Good Foot e The Payback dovette riconoscere davanti al dittafono di Cliff White che:

Il più bell’esempio di musica funk degli ultimi anni viene da Philadelphia. Chi ama la musica sa benissimo a chi mi riferisco! È inutile perdere tempo. Certo, sul palco non sono The Sex Machine, ma suonano come se Dio stesse guidando le loro mani!”(cit. “The Classic Soul of James Brown”, Cliff White, Agosto 1975).

Se uno come James Brown definiva le tue mani come “guidate da Dio”, difficilmente la tua band o la tua musica passavano inosservate agli occhi del pubblico. Un pubblico strano quello del soul e del funk di quegli anni, una platea fatta di grandi musicisti, ma anche di spacciatori, criminali, papponi e ogni sorta di fauna urbana da ghetto afroamericano. Certo, il funk era ballato anche dai bianchi, ma non era sentito nello stesso modo. Era un ritmo che la gioventù bianca dabbene, all’epoca più vicina al rock, ascoltava quasi solo in discoteca. Era musica da ballare, non aveva certo quel forte significato di libertà e autenticità sentito dalla comunità nera.

Come molti gruppi di quegli anni, anche i MFSB si sono sgretolati per colpa di questioni finanziarie. Soldi che non arrivavano alle mani a cui dovevano arrivare. Soldi che, a detta degli stessi membri della band, Gamble e Huff avrebbero bellamente intascato. Dunque, già nel 1974, una larga parte del collettivo si trasformò nella Salsoul Orchestra, mentre la formazione originale si disperse lentamente, un po’ come fanno i liquidi densi sulle superfici lisce. Anche questa seconda formazione fece la storia, canzoni come "Love Break (Ooh I Love It)" hanno avuto un enorme successo, anche grazie ai relativamente recenti campionamenti fatti nel rap. Per citarne un paio, la canzone di cui sopra è stata campionata da 50 cent in “Candyshop”, mentre il giro di “Something For Nothing” ha avuto nuova gloria grazie a Jay Z e alla sua “What More Can I Say”.

Che siate amanti della black music o meno, piccole parti di funk si trovano in tutta la musica che ascoltate ogni giorno alla radio e, con l’enorme numero di gruppi poco conosciuti che hanno fatto la storia di questo genere, è bene ricordasi quanto ritmo e potenza abbiano influenzato, in maniera silente ma incessante, la musica moderna tutta. Insomma, in modo più o meno legittimo, siamo tutti figli del funk.


Giornalista non tesserato, appassionato di black music e delle sue varie sfumature. Attore, ballerino, presidente. Non sono nessuna di queste cose.

gabriele.scanziani@agendalugano.ch
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