Foto mario boccia

Il Teatro è casa mia

Di Luca Giovanni Ricci, 11.12.13 Palcoscenico: Una vita dietro le quinte

Intervista all'attore Fabrizio Gifuni

Il teatro è diventato per te una sorta di casa, in che senso?
“Credo di aver iniziato ad avvertire questa sensazione dalla prima volta che sono salito su un palcoscenico all’età di 15 anni. Il liceo che frequentavo istituì un laboratorio teatrale al quale presi parte, alla fine del quale venne messo in scena un Giulietta e Romeo.  Recitavo la parte di Mercuzio. Conservo ancora oggi un ricordo molto nitido di quei giorni.
Pur essendo ancora lontano dal coglierne i motivi profondi, sentivo già allora con una certa chiarezza che quella cosa per me assomigliava molto alla felicità. Da allora si può dire che ho cercato di proteggere e di custodire anche segretamente questa sensazione finché, molti anni dopo, arrivato il momento, ho scelto di fare del teatro il mio lavoro.  Questo non è avvenuto subito dopo il liceo ma intorno ai ventitré anni, che all’epoca era il limite massimo per l’iscrizione al bando di concorso per l’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica Silvio S’Amico, quando nel frattempo non mi mancavano molti esami per laurearmi in giurisprudenza. Da quel giorno il teatro è diventato compiutamente la mia casa, anche se probabilmente aveva già iniziato a esserla a 15 anni”.

L’abbandono della facoltà di giurisprudenza a pochi esami dalla fine che reazione ha suscitato nella tua famiglia?
“Considerato che nella mia famiglia per circa tre secoli si erano avvicendate solo generazioni di giuristi, mi sarei aspettato una reazione molto più contrastata. Sono stati bravi. In realtà le loro preoccupazioni erano animate principalmente dall’incertezza sul tipo di vita che avrei dovuto affrontare, preoccupazioni che si sono placate quando hanno visto che riuscivo a vivere del mio lavoro.
Il periodo dell’accademia è stato quello in cui si facevano più domande e dove del resto me le facevo anch’io. Mi ero dato un tempo: 5 anni per capire se davvero succedeva qualcosa, altrimenti niente. Mi ero fatto l’idea che questo lavoro o lo si faceva in un certo modo o forse era meglio fare altro e che fosse necessario compiere da subito delle scelte. Su cosa fare ma soprattutto su cosa non fare. Lo penso in larga parte anche oggi”.

Puoi approfondire queste idee?
“Generalmente si pensa che un attore possa iniziare a scegliere cosa fare solo da un certo momento in poi, cioè quando se lo può permettere, dopo anni di gavetta. Io penso invece che alcune scelte importanti si debbano compiere subito poiché sono quelle che danno la direzione e l’impulso al viaggio che si sta per intraprendere e dato che si tratta di un viaggio lungo, affascinante ma anche periglioso è meglio attrezzarsi bene. Non è vero che all’inizio bisogna accettare tutto.”.

Quali sono infine le scelte che hai fatto?
“C’è sempre una combinazione tra il caso e la volontà. Come diceva Machiavelli nel Principe, tra la Fortuna e il libero arbitrio. Terminata l’accademia ho iniziato subito a lavorare in teatro, al cinema non ci pensavo. Il mio primo spettacolo è stato l’Elettra di Euripide, con la regia di un grande maestro come Massimo Castri, in una compagnai di grande esperienza, con Annamaria Guarnieri, Tonino Pierfederici, Galatea Ranzi. Massimo mi aveva scelto, dopo una lunghissima serie di provini, per il ruolo di Oreste. Un debutto importante.  Dopo quella prima straordinaria esperienza ho continuato a lavorare solo in teatro per diversi anni, poi ho iniziato ad alternarlo con il cinema. Evitando di fare cose di cui non ero pienamente convinto. Il cambio di passo è avvenuto tra la fine degli anni ’90 e i primi anni del 2000, quando è nato il progetto “Gadda e Pasolini, antibiografia di una nazione”. Due spettacoli ideati da me e condivisi con Giuseppe Bertolucci che ne ha curato la regia. Il primo dedicato a Pasolini appunto, il secondo a Gadda. ‘Na specie de cadavere lunghissimo è stato uno spettacolo decisivo nel mio percorso, proprio perché ha segnato uno spartiacque tra il periodo della mia formazione – che comprende il periodo dell’Accademia e i miei primi dieci anni di teatro  in cui ho acquisito gli strumenti di base del mio lavoro – e una nuova fase, contrassegnata da un’esigenza più autoriale, in cui il lavoro di ideazione e di drammaturgia diventavano elementi sempre più indispensabili. A un certo punto ho sentito che il teatro era diventato un luogo troppo importante per potermi permettere il lusso di continuare a ‘giocare’ solo da interprete puro. Come invece continuo a fare, ancora oggi,  al cinema con grande piacere in quel gioco di pura infanzia che è il far finta di essere qualcun altro. Negli anni il teatro mi è sembrato, un luogo sempre più centrale, non solo per me, ma anche rispetto ai nostri tempi. Sono sempre più convinto che i teatri siano uno dei pochi luoghi rimasti in cui una comunità possa ancora ritrovarsi, liberamente, per condividere un momento di conoscenza, che passi attraverso l’esperienza di corpi vivi.”

Cosa cerchi di comunicare con il teatro?
“Fondamentalmente la bellezza, intesa come momento di conoscenza condivisa, perché il teatro è soprattutto un grande luogo di condivisione, dove una comunità si ritrova per fare davvero qualche cosa insieme. Penso che occuparsi di arte, di teatro o di cinema in questo caso, sia - oggi più che mai - un meraviglioso atto di resistenza rispetto alla confusione e alla cupezza dei tempi presenti. Un grande antropologo scozzese, Victor Turner, osservava come dalla rivoluzione industriale in poi il tempo si sia spaccato in due: da un lato il tempo delle ‘cose serie’, quello della produzione e del consumo, dall’altro il tempo libero dove tutta l’arte è stata sprofondata. Questa divisione è quanto di peggio ci possa essere per una società e per l’uomo. Se così fosse la funzione più vitale dell’arte cesserebbe. In realtà non esistono il tempo delle cose serie e il tempo libero, esiste solo il tempo della nostra vita e spetta a ognuno di noi prenderlo in mano per farne qualcosa.”.

Pasolini parlava di “genocidio culturale”, pensi sia ancora in atto?
“Rispetto al ragionamento pasoliniano dovremmo dire di essere ormai in un’epoca di post-genocidio culturale. Alcuni danni, più o meno irreparabili, sono stati già fatti. Si tratta di fare i conti anche con questo. Ma questo oggi può avere anche dei vantaggi, perché tutti i processi di ricostruzione contengono un impulso propulsivo molto forte. Quando Gadda in Eros e Priapo, parlando dell’atto di conoscenza, lo descriveva come un atto con il quale è possibile riscattarsi per arrivare a una resurrezione – “se una resurrezione è tentabile da così paventosa macerie” – parlava delle macerie della seconda guerra mondiale. Il problema e senz’altro anche la fortuna del nostro tempo è che questo processo di distruzione non è passato come per i nostri nonni attraverso una guerra ma attraverso un processo di silenziosa distruzione delle coscienze. Di questo parlava Pasolini usando l’espressione ‘genocidio culturale’ e raccontando come i nuovi mezzi di comunicazione, in particolare la televisione, sarebbero stati adoperati.”

Dal punto di vista di questa resurrezione culturale, cosa pensi di Lugano?
“Sono rimasto molto favorevolmente colpito da come l’amministrazione di Lugano, in particolar modo il Dicastero Giovani ed Eventi, stia portando avanti un’idea per poter incidere positivamente sulla collettività, non soltanto assicurando i servizi ma cercando di avere uno sguardo più lungo, una visione che manca invece a molti amministratori. Una politica culturale fatta sul territorio, pensata per esso e che soprattutto non si esaurisca in eventi episodici. Spesso le amministrazioni sono schiave dei cosiddetti eventi. Quando si pensa a qualcosa che ha a che fare con la cultura, le amministrazioni comunali spesso pensano che questo sia il loro unico problema: come posso creare un evento? Ma una politica basata semplicemente sugli eventi, per quanto importanti possano essere, presenta un problema fondamentale, il dopo. Dopo l’evento, seppur virtuoso, cosa c’è? Questo per dire che nel poco tempo che sono stato qui ho avuto la percezione che si stia seguendo un’altra linea e questa possa dare molti frutti sulla breve ma soprattutto sulla lunga distanza. Il lavoro culturale è soprattutto un lavoro di semina il cui raccolto si vede nelle stagioni successive. Se si pensa che il raccolto si debba vedere subito in modo tale da esibirlo come un trofeo non si va mai molto lontano. Insomma  mi sembra che a Lugano da questo punto di vista si stia facendo un ottimo lavoro”.


Non ho mai vissuto nello stesso posto per più di sei anni. Adattarmi è stata una necessità. Arricchirmi...un piacere! Ho studiato Filosofia e Teologia a Roma. Mi piace tenermi informato e ascoltare le persone che stimo.

luca.ricci@lugano.ch
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