Edward ghiaccio

Una fiaba natalizia: Edward mani di forbice

Di Ester Pasquato, 23.12.13 24 Fotogrammi

Inizia come una fiaba e, come tale, portatrice di un messaggio universalmente condivisibile.
La storia di Edward affiora infatti alla memoria dell’anziana signora Boggs come tentativo di risposta, nonché racconto della buonanotte, alla nipotina che appare minuscola, già sprofondata nell’avvolgente coperta, curiosa di conoscere l’origine della neve.
Essa si dipana quindi come un lunghissimo flash-back nei meandri di ricordi che ci immettono improvvisamente, con un inevitabile effetto di spaesamento, nella gioconda atmosfera di un sobborgo americano di pianura, stereotipato nella sua perfezione a tinte pastello: rosa, giallino, violetto e turchino delle case ci travolgono per la violenza del contrasto col tenebroso castello che immediatamente si staglia all’orizzonte.
  E già lo spettatore più attento potrà intuire come i due piani di cui si compone il film, oggettivati dagli stessi colori che dipingono/distinguono il mondo della realtà e quello dell’apparenza, costituiscano, di fatto e fin nei minimi particolari, inconciliabili universi. Ma quale sia effettivamente la verità e quale la finzione è la questione che il film ci propone di risolvere, senza peraltro fornirci una soluzione univoca.

  Edward è una creatura indefinibile, nata dall’ambizioso progetto di un padre - scienziato ma lasciata, a causa dell’improvvisa morte di quest’ultimo, incompiuta cosicché a un corpo apparentemente umano, in cui si non si sa bene se si celi un altrettanto umano cuore, corrispondono però delle terribili cesoie al posto delle mani. Notoriamente, ciò che contraddistingue l’uomo in quanto homo faber dagli altri animali fin dai primordi è proprio l’uso articolato di queste estremità del corpo e tuttavia, nonostante tale vistosa privazione, il protagonista si rivela capace delle più mirabili opere: dalle meravigliose sculture di giardinaggio o ghiaccio ad ardite acconciature per i graziosi cagnolini e le loro rispettabili padrone. Da un’iniziale curiosità reciproca che si instaura immancabilmente tra gli opposti, ovvero fra l’innocente Edward e la comunità cittadina, corrotta  da tutti quegli orpelli e obblighi convenzionali che il consumismo, unitamente alla più becera tradizione borghese, impone (significativo, a questo proposito, è il galateo con cui lo scienziato cerca di istruire la sua creazione, subito sostituita dalla lettura di fantastici racconti che soli hanno il potere di far balenare un sorriso su quelle asettiche labbra), si arriva, per gradi, alla completa demonizzazione di ciò che sfugge alla prigione delle nostre prefissate categorie. Così, dal prodigio alla perversione della natura il passo risulta davvero breve.
  Uno dei momenti di più aspra critica, da parte del regista, di quella società talmente ideale da divenire il  modello di ogni società esistente, è rappresentato dall’incontro/scontro televisivo in cui emerge manifestamente quel nesso inscindibile tra  paura e attrazione che il diverso suscita nelle menti poco elastiche, in grado di pervenire all’unica quanto banale conclusione che: “se egli avesse le mani sarebbe normale ma, se fosse stato come gli altri, nessuno avrebbe pensato che era speciale…” Sconcertante.
E se il brillante avvocato incaricato della difesa di Edward, ingiustamente accusato, porta avanti la tesi che gli anni di isolamento non gli abbiano purtroppo fornito i mezzi per distinguere il bene dal male costringendolo a vivere in una realtà distorta dall’immaginazione, alla fine è la stessa comunità che l’ha accolto ad andare in crisi, impossibilitata a riscontrare gli effettivi fondamenti di una morale non sempre giusta.
  In questo senso lo specchio, in cui il protagonista sembra faticare a riconoscere la propria immagine, senza tuttavia mai rinnegare se stesso, diventa così la metafora dello stesso film, da cui lo spettatore esce in uno stato di totale sfasamento fra ciò che è e ciò che appare (giusto, bello, buono…), in un’atmosfera di realismo magico in cui ogni più banale evento della quotidianità può trasformarsi in occasione di incantato stupore, se guardato da una diversa prospettiva.

  A poco vale allora il consiglio dell’ integratissima e integerrima signora Peggy, i cui rinomati trucchi Avon diventano momentaneamente preziosi strumenti per l’addomesticamento di un troppo ben strutturato mondo, secondo i propri desideri: “Devi solo essere te stesso”.
E se neanche la forza di un amore puro, come quello che può sgorgare da una convinta e reciproca accettazione dei propri limiti e delle proprie differenze, riesce a scalfire la dura crosta dei pregiudizi, l’unica soluzione è il ripristino dell’ordine normale, quello originario dell’opposizione fra l’alto castello e il basso borgo.
Tutto ciò che rimane, alla fine, a garantire comunque una possibilità alla fantasia, è la neve.


Dimmi, o luna: a che vale al pastor la sua vita, la vostra vita a voi? dimmi: ove tende questo vagar mio breve, il tuo corso immortale?

esteroula_p@hotmail.com
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