Isaachayesblackmoses

Hayes e il suo black moses

Di Gabriele Scanziani, 18.12.13 Il disco della settimana

C’era una volta Isaac Hayes, il primo cantante afroamericano a vincere un Oscar per il tema centrale del film Shaft. Lo stesso mese in cui i wah-wah delle chitarre di quel singolo conquistavano le classifiche, usciva Black Moses. Magari non molti lo sanno, ma l’album in questione è lo sfogo di un uomo che sta cercando di superare un divorzio. La fine dell’amore messo in musica. Le canzoni che trattano questo tema sono così tante da non poter citarle tutte, neanche avendo tutto il tempo del mondo. Come sempre però la differenza non la fa il tema affrontato ma come lo si espone.

Quando stavo registrando Black Moses, nel 1971, il mio matrimonio stava fallendo e io avevo il cuore a pezzi. Quasi tutte le tracce parlano di relazioni che stanno per finire. Era triste. Stavo davanti al microfono e piangevo. Ho dovuto chiedere più di una volta alla mia segretaria di tenermi la mano mentre cantavo canzoni come Help Me Love. La casa discografica decise di chiamarlo Black Moses per l’influenza che avevo sulla musica soul in quel momento, ma in realtà il tema del disco è quello di un uomo affranto che deve fare i conti con un amore finito“. (cit. Rolling Stones Magazine, 31 Gennaio 1972)

Black Moses è uno dei dischi più recensiti di sempre. Quasi tutti gli articoli che ho letto su questo capolavoro si concentrano sulla voce di Isaac Hayes. Per carità, stiamo parlando di uno degli interpreti migliori della musica soul, ma scavando a fondo nelle emozioni di questo lavoro si sente il dolore. È facile farsi distrarre dalla voce baritonale e vellutata del Mosè nero. Superato il primo impatto però, si capisce dove l’anima è stata messa, dove sta il centro di tutto.

Anche pezzi con un groove ben diverso dalla classica canzone d’amore trasudano una malinconia di colore blu scuro. “Part Time Love” è un buon esempio, con i suoi wah-wah in upbeat che ti sbilanciano mentre Isaac ripete ossessivamente Any kind of love is better than no love. È un inno al contrasto interiore, alla lotta interna tra l’enorme successo che riscuoteva in quel periodo e la sua vita personale che si stava disfacendo davanti a lui.

Una cosa però mi lascia a cavallo tra il perplesso e l’interdetto e riguarda la rimasterizzazione del disco nella versione CD. Nel 1989 Kirk Felton è riuscito a sbagliare completamente la tracklist, invertendo tracce, cambiando l’ordine in maniera priva di logica e spargendo pezzi dell’editing originale un po’ di qua e un po’ di là. Il caso più clamoroso è la fine del primo disco, con i medley “Ike’s Rap II: Help Me Love”, “Ike’s Rap III: A Brand New Me” e “Ike’s Rap IV: Your Love si So Doggone Good”. Il quarto è al posto del secondo e il terzo è al posto del quarto. Ora, mi chiedo, non potevano trovare un editor che sapesse leggere i numeri romani?

La parte strettamente musicale, editing a parte, è eseguita in maniera sublime. Charles Pitts, detto Skip, è estremamente versatile con la chitarra e Willie “Too Big” Hall, noto membro della Blues Brothers Band, è il batterista perfetto per quest’album.

Un aspetto negativo però c’è e accomuna molti dei lavori di Isaac Hayes: il riascolto. Esistono album che possono essere mandati in heavy rotation, raggiungendo molto tardi il punto di saturazione. Mentre l’intensità dei testi e della voce, la lunghezza delle canzoni e i temi trattati, soprattutto in Black Moses, rendono difficile (se non impossibile) riuscire ad ascoltare il disco più di una volta per intero a distanza di breve tempo.

La vera perla del disco è “(They Long To Be) Close to You”, l’arrangiamento pensato da Hayes in congiunzione con quel genio di Dale Warren (ex produttore Motown) rende questa versione del pezzo una piccola perla.

Alla fine questo è un disco dove anche le numerose cover sono reinterpretate in modo personale, dando una nuova luce a canzoni già note. Nell’album si trovano i The Carpenters, Dionne Warwick, i Friends of Distinction e Little Johnny Taylor, ma tutti ricostruiti come una vecchia casa dopo un restauro. La caratteristica più apprezzabile del disco è l’intimità e il coraggio avuto all’apice della propria carriera. In un momento in cui molti artisti sarebbero stati notevolmente più prudenti, Isaac Hayes regala con Black Moses il più personale ed emotivo fra i suoi album.


Giornalista non tesserato, appassionato di black music e delle sue varie sfumature. Attore, ballerino, presidente. Non sono nessuna di queste cose.

gabriele.scanziani@agendalugano.ch
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