Chocolatfilm

Chocolat ovvero la liberazione dalla “Tranquillité”

Di Ester Pasquato, 30.12.13 24 Fotogrammi

C’era una volta un piccolo villaggio francese i cui abitanti credevano nella tranquillité e ognuno conosceva il suo posto nel disegno prestabilito. Questa è la situazione in cui un giorno di nebbia arriva Vianne con la figlioletta Anouk, di rosso vestite che, sospinte dal vento del nord, portano una ventata, appunto, di novità in quel grigio, seppur grazioso, paesino francese.
E l’oggetto della contestazione, ovvero dello scandalo che pian piano si scatena, è quanto di più innocente si potrebbe immaginare: una cioccolateria che la donna decide di  aprire proprio in tempo di quaresima, proprio di fronte alla Chiesa. Una malcelata sfida dunque.
  La storia è raccontata in prima persona da una voce narrante fuori campo, una narratrice onnisciente che si scopre infine essere la piccola Anouk, la più giovane rappresentante di una vicenda familiare che ha origini nelle lontane Americhe dei segreti Maya, dove la nonna, appartenente a una tribù nomade, incontrò il nonno, abbandonandolo poi spinta da un’irrefrenabile impulso alla libertà. Perché le proprie origini possono essere momentaneamente obliate ma alla fine riaffiorano sempre costringendoci, a patto di ascoltare la nostra voce interiore, a seguire noi stessi…Ed è la medesima peregrinazione che madre e figlia ripetono da generazioni mentre il mondo, fuori, è cambiato e forse anche noi stessi, che lo abitiamo, ne siamo inevitabilmente influenzati.

Il cacao, che un tempo svelava i più misteriosi segreti, continua a propagare il suo benefico influsso grazie alle arti magiche di colei che riesce ad individuare la pralina giusta per ogni desiderio, venendo così a rivestire un ruolo di liberazione che, col suo morbido ripieno, tortura di piacere.
Per cui se da un lato è difficile che il “diverso” venga accettato pacificamente, risulta altrettanto complicato, sia per i perbenisti abitanti che per la rivoluzionaria straniera, scrollarsi dal giogo della Tradizione: il che significa per gli uni uscire dai tanto rassicuranti quanto opprimenti, e spesso ipocriti, schemi morali; per la madre dalle scarpe colorate riconoscere il grido di disagio che il cangurino Pantoufl dalla gamba ammaccata, alter ego immaginario di una bambina che vorrebbe solo mettere radici, tenta di comunicarle.
La campagna “Boicotta l’immoralità”, di cui il fervente sindaco si fa crociato, fallisce miseramente contro chi va acquisendo la consapevolezza che le cose che non si sarebbero dovute/volute vedere vanno invece affrontate e che le speranze tristemente deluse non vanno riposte ma resuscitate. Così anche il messaggio pasquale verterà non tanto sulla divinità ma piuttosto sull’umanità di Cristo e la bontà verrà misurata non più in base alla nostra capacità di rifiuto e negazione ma in virtù di quanto riusciamo ad abbracciare e a creare insufflandogli nuova vita. Il soddisfacente risultato sarà allora un alleggerimento dello spirito e la liberazione dalla vecchia tranquillité, indubbiamente supportata dal seducente aroma di cioccolato che aleggia nell’intero film raggiungendo spesso le narici dello stesso spettatore.

E anche l’irrequieto vento del nord, instancabile nell’imporre sempre nuovi paesi da esplorare e battaglie da combattere, dovrà deporre le armi nei confronti della mite brezza estiva che riporterà, insieme ad un amore zingaro che si lascia infine, apparentemente, imbrigliare un nuovo equilibrio nella comunità.
  Perché quando una barca non rappresenta più la nostra casa ma un semplice mezzo di trasporto da un luogo a un altro, ci si può rendere finalmente conto che la vera schiavitù non consiste necessariamente nell’adeguarsi a ciò che il mondo si aspetta da noi ma piuttosto nella passiva accettazione di un’identità che non ci corrisponde più. E che la vera rivoluzione può consistere, talora, proprio nell’omologazione.


Dimmi, o luna: a che vale al pastor la sua vita, la vostra vita a voi? dimmi: ove tende questo vagar mio breve, il tuo corso immortale?

esteroula_p@hotmail.com
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