Cope r 1526 j

Talento puro: I remember Clifford

Di Gabriele Scanziani, 15.01.14 Il disco della settimana

In termini di potenziale sprecato, la morte prematura di Clifford Brown in un incidente d'auto nel 1956 è ancora una delle più grandi tragedie del jazz. Non è solo il fatto che il suo valore come musicista pareva in costante espansione fino alla sua scomparsa all’età di 25 anni. Altro tratto eccezionale per un jazzista dell’epoca fu che il Nostro non aveva nessun problema con droga o alcol. Non fu dunque una passeggiata per il viale desolato della dipendenza che lo portò a chiudere le palpebre, a volte la morte si presenta con la banalità di un guidatore che ha bruciato il semaforo sbagliato.

Charlie Parker, Bud Powell, Chet Baker e Fats Navarro sono solo alcuni nomi di jazzisti della medesima generazione di Brown, consumati dall’eroina. In particolare lo stile vivace di Navarro fu la principale influenza su Brown, insieme alle acrobazie di Dizzy Gillespie. Come Navarro, che ha trovato il suo partner musicale in Tadd Dameron, anche Brown avrebbe finalmente conosciuto Max Roach nel 1954, con cui fece coppia in musica fino alla sua scomparsa. Un altro aspetto da considerare nella tragicamente straordinaria storia di Brown è che l’enorme gusto sviluppato dal trombettista è il frutto di soli due anni di registrazioni. Il Nostro ha infatti iniziato a bazzicare gli studi solo nel 1952, lasciandoci quindi un’eredità di appena quattro anni di musica registrata.



Confrontando il trombettista con il percorso di altri jazzisti ci si rende conto che, quella di Clifford Brown, fu una carriera a dir poco intensa. Va comunque sfatato il mito che vede il prodigio esaurirsi in fretta, precocemente e terminando con la morte. Della stessa generazione di Brown vi è ad esempio Sonny Rollins, che a 83 anni ancora suona il suo sassofono divertendosi.

Inutile negarlo, Brown fu influente quanto Miles Davis. Certo in modo diverso, in maniera più nascosta e meno plateale. La sua influenza fu probabilmente meno profonda e il suo contributo al jazz meno incisivo ma, a differenza di Davis, aveva un tocco gioioso, risultante in un tono quasi vittorioso e dal carattere particolarmente vitale. Forse non era una catapulta di note come Gillespie, ma il talento con cui proponeva i suoi assoli e la precisione con cui eseguiva le melodie rimane ugualmente impressionante.

La sua bravura e la qualità del suo suono sono già evidenti dalle sessioni più tradizionali, ma con Roach alle percussioni, Brown avrebbe composto e interpretato alcuni dei brani jazz più emozionanti, accattivanti ed evocativi dell'era immediatamente post bop, precedendo le gesta hard bop che avrebbero comunicato al mondo la fine degli anni '50.



Le 18 canzoni di Memorial Album derivano da due sessioni registrate nel corso della primavera e dell'estate del 1953. Le prime nove tracce contano un sestetto composto da Brown, dai sassofonisti Gigi Gryce e Charlie Rouse, da John Lewis al pianoforte, Percy Heath al contrabbasso e il bravissimo Art Blakey alla batteria. Le successive nove tracce, che in realtà corrispondono alla prima sessione di registrazioni, furono messe su nastro dal quintetto di Brown, composto dal Nostro, dal sassofonista Lou Donaldson, dal pianista Elmo Speranza, Percy Heath e Philly Joe Jones alla batteria. Le due formazioni sono in realtà molto simili nello stile, ben si percepisce anche la fase di crescita di Clifford Brown, che non è ancora il leader indiscusso che diverrà col tempo.

Le prestazioni del Nostro sono comunque eccellenti in tutto, ma rispetto a Memorial, suo lavoro successivo, non è blasfemo definire queste sessioni leggermente inferiori nella qualità. Eppure, Memorial Album è il disco ideale per gli appassionati di bebop e un ottimo punto di partenza per fare conoscenza con l’enorme talento di Clifford Brown.


Giornalista non tesserato, appassionato di black music e delle sue varie sfumature. Attore, ballerino, presidente. Non sono nessuna di queste cose.

gabriele.scanziani@agendalugano.ch
Scritti: 163 articoli