Jane eyre

Jane Eyre

Di Ester Pasquato, 07.07.14 24 Fotogrammi

Il film si presenta sostanzialmente come manifesto estremo di quel grido di libertà che pulsa in ognuno di noi e che spesso si tramuta in una necessità impellente d’amore.
Attraverso la storia di Jane Eyre, eroina romantica dotata di un’incredibile integrità e forza interiore ma anche di una decisa passionalità e spirito d’indipendenza, orfana costretta fin dalla più tenera età ad affrontare una vita di soprusi, prescritta non solo dalla rigida mentalità dell’epoca ma da un’educazione familiare - istituzionale fin troppo spietata, veniamo anche noi trasportati in un’atmosfera dove a dominare solo le tonalità cupe della colpa e del sacrificio.



Il regista Cary Fukunaga e la sceneggiatrice Moira Buffini affrontano con abilità l’ardua sfida di aggiungere qualcosa di nuovo all’ennesima trasposizione cinematografica del romanzo, insistendo sull’apparenza minacciosa di una natura che evidenzia l’onnipresenza del modello romantico e sulla crudeltà affettiva del nucleo familiare, rappresentata come una deficienza emotiva dell’aristocrazia. È infatti il buio a dominare la maggior parte delle scene di interni, quasi a illuminare la possibilità di una nuova vita, riscattata da una passione che nasce attraverso una delicata ma meticolosa opera di seduzione. Questa scelta si rivela inoltre funzionale a uno scivolamento del registro drammatico verso il gotico, dove la presenza del rimosso dietro la porta chiusa, tra i meandri misteriosi del castello, vela e svela al tempo stesso quel lato pulsionale e quasi animalesco, incarnato dalla pazza moglie del conte, che nella compunta società vittoriana andava inevitabilmente represso.
Così il disgelo del cuore di Rochester per mano di Jane è messo in scena alla stregua di una riconquista del desiderio che spezza l’omertà di classe accentuando gli elementi barbari di un modello sociale ed economico in cui il cui brusco finale, con l’amore che affiora dopo la gravosa perdita di se stessi e dei propri beni, costituisce l’ennesima tessera di conferma della natura essenzialmente politica di questo romanzo di formazione di Charlotte Bronte. Una deliziosa commistione di ingredienti spirituali e terreni contribuiscono dunque a introdurre nell’intimità di ogni lettore di allora, spettatore di oggi una storia pensata sostanzialmente per la carta che si rivela però crudamente appartenente alla realtà del nostro mondo.


Dimmi, o luna: a che vale al pastor la sua vita, la vostra vita a voi? dimmi: ove tende questo vagar mio breve, il tuo corso immortale?

esteroula_p@hotmail.com
Scritti: 20 articoli