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Joe Docko e l'onda mistica

Di Gabriele Scanziani, 12.02.14 Il disco della settimana

New York, anni sessanta. Sull’onda della British Invasion, nuovi gruppi si formano ed esplodono un po’ ovunque. La musica si fa in qualsiasi posto e sempre dal vivo. Suonano alle feste, suonano nei garage, suonano a scuola e nei sottoscala fumosi e affollati, dove si respira odore di marijuana e rivoluzione.
Joe Docko è solo un chitarrista, un ragazzotto che vive in uno dei tanti quartieri popolari di New York: Woodbury. Gira dalle parti di Long Island. In quel tempo e in quel posto era normale che si esibissero almeno venti diverse band nei piccoli locali o sui marciapiedi durante un qualsiasi sabato pomeriggio.

Una sera Joe incontra Paul Picell, Jim Thomas e John Wilham. I quattro condividono lo stesso gusto e le medesime passioni. Non hanno nessuna intenzione di seguire l’ondata di tutti gli altri gruppi, non vogliono influenze soul nella loro musica, chi se ne frega se a Long Island spopola. In quel tempo e in quel posto la cosa più importante è fare concerti, esporsi, suonare.

Questo lo spirito che dà i natali al gruppo più incredibilmente sottovalutato, sconclusionato e di breve vita degli anni sessanta: The Mystic Tide. Figli della sperimentazione, cominciano mettendo insieme le loro canzoni a quelle dei Them e degli Zombies. Nel 1965 incidono il loro primo singolo, sul vinile i pezzi “Stay away” e “Why”. Suonano sempre più spesso, ma è impossibile rimediare un loro disco in un qualsiasi negozio di tutta la stramaledetta New York. I fan possono comprarlo solo durante i concerti. Devi vederli dal vivo se vuoi la loro musica.

In un anno di concerti l’ammirazione dei quattro per i Them aumenta, raggiungendo livelli quasi preoccupanti. Tant’è che per il loro secondo singolo incidono una versione meravigliosamente garage di “Mystic Eyes”. La canzone piace talmente a Docko da ispirarvisi per il nome della sua band.
Il terzo 45 giri contiene “Frustration” e “Psychedelic Journey Pt 1″, un’immersione nella psichedelia più pura, guidati dalla chitarra di Joe Docko come uno sciamano guiderebbe il viaggio di un giovane guerriero amerindo. Mentre il 1967 è alle porte e “Frustration” inizia ad ottenere un discreto successo, le tensioni all’interno del gruppo aumentano. Il pubblico si lamenta, ai concerti i quattro fanno versioni da dieci minuti dei loro pezzi originali e non li suonano mai nello stesso modo. Il gruppo assorbe queste ridicole frustrazioni come una spugna e tutto finisce di lì a un anno, con la pubblicazione di altri due singoli. Poi più nulla. Il silenzio.

Ognuno va per la sua strada e quella gran musica finisce irrimediabilmente sopra un cantuccio buio e impolverato della memoria collettiva. I pochi dischi che furono stampati sono ormai impossibili da reperire anche per il più agguerrito e determinato feticista musicale. Il tempo scorre inesorabile e molti si dimenticano di quei quattro strambi di Long Island. Vengono ricordati solo grazie a qualche compilation fatta da appassionati del genere.
Nel 1991, dopo ventisei anni di assoluta quiete funebre, Joe Docko si rende conto che la sua musica non può, non deve andare sprecata. Così si mette in contatto con una casa discografica indipendente, la Distortion Records. Registra due dischi in due anni, il primo è l’LP It Comes Now mentre e il secondo si intitola Solid Sound/Solid Ground e rivela il meglio dei Mystic Tide dal ’65 al ’67.

Curioso a volte come il talento s’illumini, bruci intensamente e si spenga con la medesima velocità di un cerino in una giornata ventosa. Le testimonianze di ottime band, moltissime purtroppo, sono relegate al pallido, morente ricordo di chi ha vissuto quell’era, lasciando a noi poveri mortali solo l’amaro in bocca mentre ascoltiamo qualche leggendario racconto. Immaginandoci ciò che fu.


Giornalista non tesserato, appassionato di black music e delle sue varie sfumature. Attore, ballerino, presidente. Non sono nessuna di queste cose.

gabriele.scanziani@agendalugano.ch
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