Cultura al parco

Divisione Eventi, 01.07.15

Dare emozioni e/o fare cultura?

Parlare di cultura al parco è quanto meno insolito e ci si potrebbe chiedere se non si rischi di rendere banale l’argomento. Fabiano Alborighetti, poeta, e Claudio Chiapparino, Direttore del Dicastero Turismo ed Eventi della Città di Lugano, sono partiti proprio dal luogo inusuale per ricordare che la cultura non si limita ad uno spazio e non è destinata a utenti esclusivi ma aperta a tutti. L’Agorà greca, era la piazza nella quale ci si riuniva per discutere i problemi della città, per il commercio, ma anche il luogo di ritrovo dei filosofi, dove si è formata la cultura ellenica. Con questa premessa la scelta del contesto non risulta casuale. Oltre a non poter essere racchiusa in un posto, la cultura non può limitarsi ad un unico pensiero o visione perché altrimenti si incorre nell’omologazione. Solo aprendosi alla pluralità e allo scambio si può favorirne lo sviluppo.

Ma cosa si intende per cultura? La definizione riportata dal vocabolario Treccani indica: “L’insieme delle cognizioni intellettuali che una persona ha acquisito attraverso lo studio e l’esperienza, rielaborandole peraltro con un personale e profondo ripensamento così da convertire le nozioni da semplice erudizione in elemento costitutivo della sua personalità morale, della sua spiritualità e del suo gusto estetico, e, in breve, nella consapevolezza di sé e del proprio mondo”.

Oltre all’aspetto individuale però i relatori si sono soffermati sul prodotto della cultura chiedendosi se realmente abbia la forza di cambiare o di avere un impatto sul pubblico, al di là dell'aspetto emotivo. La frase più gettonata dopo aver assistito ad un evento culturale è questa: “è stata una grande emozione”. Il desiderio quando si propone un evento, per Claudio Chiapparino, è quello di produrre un impatto che attraverso la visione o l’ascolto di qualcosa di bello possa favorire un percorso di conoscenza di sé o permetta di rapportarsi alla realtà con senso critico (uno spettacolo teatrale che parla ad esempio della crisi, può essere lo spunto si sviluppa la mia riflessione personale su questo tema).

Se però la produzione è legata al consumo non c’è il rischio di ridurre la cultura a merce? Fabiano Alborighetti ha ripercorso le tappe che hanno segnato dei cambiamenti importanti come la nascita della radio e della tv; lo sviluppo della tv negli anni ’50 che si pone sempre più come mezzo per conoscere; l’arrivo delle tv private; il passaggio alle forme di intrattenimento favorite dalla cultura di massa. Di sicuro non si può negare la tendenza a curare il contenitore piuttosto che i contenuti, quando quello che si ricerca è unicamente di vendere bene un prodotto. Dall’avvento degli smartphone e delle nuove tecnologie l’immagine ha preso sempre più importanza. Il trend dei selfie mostra come si tenda a immortalare l’attimo, l’io c’ero , sostituendo lo scatto alle parole per descrivere l’esperienza vissuta. Il modo di comunicare è quindi cambiato. Secondo il direttore del Dicastero Turismo ed Eventi, per fare cultura occorre certamente lavorare con sistematicità, creando una modello e una struttura che funzionino, questo però non a scapito della qualità. Una proposta culturale in cui è andata persa questa dinamica generativa nella quale l’evento arricchisce l’esperienza personale e nel contempo permette una certa socializzazione, non ha senso.

Forse è proprio questa la sfida di oggi, unire la qualità e i contenuti, proponendo modelli che funzionano in una società che cambia.

 

Se vuoi costruire una nave
non richiamare prima di tutto gente
che procuri la legna,
che prepari gli attrezzi necessari,
non distribuire compiti,
non organizzare lavoro. 


Prima risveglia invece negli uomini
la nostalgia del mare lontano e sconfinato.
Appena si sarà svegliata in loro questa sete
gli uomini si metteranno subito al lavoro
per costruire la nave.

Antoine de Saint Exupéry

 

Manuela Masone