Carica

Territorio, 17.10.15

Uno sguardo al Festival Diritti Umani Lugano #3

Di libertà di espressione si è parlato nella terza giornata del Festival Diritti Umani Lugano, con la proiezione del film Caricaturistes, fantassins de la démocratie. Prodotto da Radu Mihaileanu, che ha diretto film noti come Il concerto e Alla sorgente dell’amore, e nato dalla collaborazione con il vignettista Plantu, il documentario è l’opera prima della regista Stéphanie Valloatto. Presentato in prima mondiale al Festival di Cannes nel 2014, il film è divenuto di grande attualità, soprattutto dopo gli attentati di Parigi alla redazione di Charlie Hebdo nel gennaio 2015. Il documentario ritrae la vita e l’esperienza di 12 vignettisti provenienti da diverse nazioni e rappresenta una sorta di sondaggio sullo stato di democrazia nel mondo. Vuole sottolineare il bisogno di democrazia della stampa a livello internazionale ed evidenzia i rischi che i vignettisti devono affrontare quotidianamente, per poter esprimere il loro pensiero e parlare dell’attualità, spesso scomoda, del mondo in cui vivono.

L’argomento non ha lasciato indifferenti gli spettatori e il dibattito dal titolo, Vietato pensare. Vietato parlare. Vietato… quali i limiti della libertà di espressione?, ha da subito coinvolto i giovani presenti .

La moderatrice dell’evento, Cristina Guerzoni, di Amnesty International, ha esordito con una domanda provocatoria: occorre sostenere la libertà di espressione in senso assoluto oppure la libertà deve essere mediata da un’autorità?

C’è chi si è detto a favore della libertà assoluta in quanto “se si inizia a perdere una qualche libertà, poi si finisce facilmente per perdere tutte le libertà”; chi invece ha portato la sua esperienza legata ad un paese dove non c’è democrazia e in cui la ricerca di questa libertà è essenziale; qualcun altro ha sostenuto invece che occorre una certa moderazione perché qualsiasi estremo è pericoloso.

Per Fabio Merlini, filosofo e Direttore regionale dell’Istituto Universitario Federale per la Formazione Professionale (IUFFP), il prezzo che si deve pagare per la parola non è uguale dappertutto (come lo mostrano le testimonianze dei caricaturisti nel documentario). Sembra quasi che la satira abbia più impatto in quelle realtà in cui il potere è più “fragile” perché sempre minacciato (come nei regimi dittatoriali). In alcune società democratiche invece a volte pare che la parola non attecchisca e sia vittima di indifferenza proprio perché i poteri in gioco sono talmente forti e legati non tanto ad una persona ma piuttosto ad un sistema, da non rappresentare una minaccia.  

L’artista e attivista italiano Gianluca Costantini (di cui si può visitare la mostra allo Spazio 1929), dopo aver dedicato la sua arte a combattere i grandi sistemi, ha deciso in un secondo tempo di raccontare la storia delle persone come strumento di denuncia.  Dopo l’attentato di Charlie Hebdo, ha pubblicato un fumetto La storia di Chérif Kouachi, che gli ha valso molte critiche, poiché ha voluto raccontare la storia di due fratelli coinvolti nell’attentato, mettendo in evidenza il problema sociale legato alla mancanza di integrazione che coinvolge da anni la banlieu di Parigi e di altre città francesi.

Ma da noi esiste davvero la libertà di espressione, ci si chiedeva in sala? La stampa e a volte lo stesso web, non vengono forse censurati dal politically correct?
Questo è un problema reale ed è per questa ragione che spesso gli autori preferiscono il web per le loro pubblicazioni, poiché pone meno limiti. Tuttavia per Fabio Merlini esistono delle parole che sono incendiarie, nel senso che possono generare violenza e odio. Il limite della libertà di espressione si impone da sé quando la situazione che provoca diventa insostenibile per la società. Non esistono infatti diritti in astratto, ma occorre che il diritto sia inserito nella realtà e nel contingente.

Dalla cronaca quotidiana (CdT 16 ottobre 2015, Una bacchettata da Strasburgo) poi, è stato tratto lo spunto di riflessione riguardo alla scala dei valori. Quali diritti sarebbero più importanti? La libertà di opinione oppure l’art. 261 bis del Codice penale sulla discriminazione razziale il quale ritiene che debba essere punito chi “disconosce, minimizza grossolanamente o cerca di giustificare il genocidio o altri crimini contro l’umanità”?

Tutti desiderano la libertà ma spesso dietro allo stesso termine ci sono pensieri e valori diversi.

Ai giovani, Amnesty International, ha infine proposto di utilizzare la libertà di espressione di cui godono, per coloro che non l’hanno, con un semplice gesto: scrivendo una lettera.

 

Manuela Masone