2012 img 2005

Territorio, 17.11.15

Incontro con il regista Ricardo Torres e la moglie Alessia

Raccontaci qualcosa di te…

Vivevo a Bogotà lavorando nel campo della pubblicità quando a 26 anni è nato in me il desiderio di viaggiare. Così sono partito con lo zaino in spalla verso l’Argentina in un viaggio che è durato due anni. La mia ricerca è partita da domande profonde sul senso di quello che stavo facendo. Ho scoperto delle realtà che non conoscevo e mi sono reso conto, per esempio, che nel mio paese esisteva un solo giornale nazionale mentre in altri paesi ce n’erano quattro o cinque. Da qui la consapevolezza dell’importanza sociale della comunicazione e il desiderio di fare qualcosa.

Qualche anno dopo sei arrivato a Lugano…

Esatto, il viaggio mi ha fatto incontrare Alessia, mia moglie, e una volta arrivato in Svizzera ho completato la mia formazione alla SUPSI e ho dovuto inserirmi in un nuovo paese e una nuova cultura, anche per questo il tema del mio lavoro di diploma trattava l’integrazione.

Ricardo e Alessia si sono conosciuti mentre erano in viaggio in America del Sud nel 2005. Qui al Salar di Uyuni, in Bolivia

Poi con tua moglie Alessia siete partiti nuovamente in Colombia, nella cooperazione allo sviluppo. Come mai questa scelta?

Alessia: Avevo  già vissuto esperienze di questo tipo. Siamo andati in Colombia perché desideravo conoscere il paese di mio marito, dove i diritti umani erano (e sono ancora)costantemente calpestati. Ci siamo preparati attraverso le associazioni E-changer e Inter-Agire (oggi Comundo) e poi siamo partiti. I cooperanti vengono indirizzati in luoghi dove hanno la possibilità di utilizzare la loro professione. Io sono pedagogista e ho lavorato in un centro di sostegno psicosociale alle vittime delle violenze politiche. A livello professionale quest’esperienza mi ha dato tanto, ho apprezzato la medicina orientale che non conoscevo.

Ricardo: Ho lavorato presso la Fundación Chasquis, dove mi sono occupato di comunicazione alternativa e contro informazione. Tra tante altre attività abbiamo recuperato apparecchiature audiovisive di seconda mano in Svizzera e le abbiamo distribuite in diverse comunità locali, dando loro la possibilità di avere una testimonianza dei soprusi.

Che cosa vi ha dato quest’esperienza?

Alessia: A livello umano abbiamo conosciuto delle persone con una dignità e una forza incredibile. Pensare a loro, ancora oggi mi incoraggia. L’esperienza non si ferma lì ma diventa parte preziosa di te: continuo a portare avanti questi messaggi attraverso il mio impegno nel lavoro e come membro del comitato di Inter-Agire, che vuole sensibilizzare sulla relazione della nostra realtà con ciò che succede nel sud mondo. Ciascuno, nel suo piccolo, anche senza partire in cooperazione, può fare tante cose.

Ricardo: Quest’esperienza mi ha fatto capire che con la mia professione potevo fare tanto. Questo è quello che direi a qualcuno che magari ci sta pensando: non importa quale sia la tua professione, se hai la volontà puoi fare sempre qualcosa. Per un giovane penso sia uno dei modi più belli di viaggiare perché fai un’esperienza in altri mondi e non resti solo sulla superficie. Conosci i posti, le persone e come funziona il mondo.

Ricardo e il team di lavoro della Fondazione Chasquis a Bogotà, composto da altri tre colombiani e uno svizzero, Bogotà 2013

Da lì è nato un progetto…

Ricardo: Il progetto culturale Les voy a contar la historia è nato dalla relazione che si è creata con una comunità contadina in particolare. Lavorando con loro si condividono gioie e dolori. Rientrando in Svizzera, insieme ad altre persone conosciute in Colombia, abbiamo concretizzato quest’idea. Volevamo dare voce a queste persone, che ci raccontavano con canzoni gli abusi di una grande azienda agricola. Abbiamo pensato che questo poteva essere un modo efficace per farsi ascoltare. Tante volte le denunce vengono scritte e girano comunicati ma la gente rimane indifferente; ascoltando una canzone che racconta questi vissuti più facilmente se ne resta colpiti. Con il desiderio di amplificare questa voce abbiamo creato un cd con le canzoni dei contadini di Las Pavas, una mostra multimediale e il documentario Algún día es mañana.

Immagino che, in un contesto di pericolo, non sia stato evidente realizzare il documentario…

Quando abbiamo conosciuto i campesinos, non abbiamo iniziato subito a documentare, prima si è costruito un rapporto di fiducia con le persone denunciando insieme l’ingiustizia della loro situazione. Con il tempo si è creata un’amicizia. Ho provato e provo un senso di appartenenza rispetto alla comunità.

Come comunicatore poi, occorre essere molto responsabile con le testimonianze che le persone ti raccontano: non puoi metterle a rischio, perché sono loro che restano sul territorio e dovranno affrontarne le conseguenze.

Preparandoci con la troupe per girare ci dicevamo: “Andiamo a lezione di dignità”. Questa comunità ci ha insegnato costanza e forza, nella convinzione che le cose possono cambiare.
Mi hanno insegnato anche l’amore per la terra, a considerarne l’importanza.  A casa mia a Bogotà, avevo 15 m² di prato e non ci ho mai piantato un pomodoro. Qui in Ticino ho trovato molto bello che spesso se una persona ha un piccolo quadrato verde semini, occorre apprezzare quello che la terra ci dà.

Il montaggio del documentario è stato difficile perché ero molto coinvolto emotivamente, e la conclusione del film è stata possibile grazie al sostegno della REC di Lugano, di cui oggi faccio parte. La primissima proiezione l’abbiamo fatta sul posto, con la gente di Las Pavas e per noi è stato molto importante vedere che si sono riconosciuti nel nostro lavoro. È stata la soddisfazione più grande.

Siamo contenti che il film girerà in Svizzera e in altri paesi, in questo modo le loro voci giungeranno in tante parti del mondo.

Aggiungerei che, dopo aver partecipato a diversi festival in Europa e Svizzera, tra cui il Festival Diritti Umani LuganoAlgún día es mañana potrà essere visto il sabato 19 dicembre 2015 alle 19:00 al Cinema Lux di Massagno.

Manuela Masone