Alan101

Territorio, 27.05.16

Incontro con Alan Alpenfelt

Raccontaci qualcosa del tuo percorso. Come sei approdato in questo mondo artistico?

Sono stato sempre attirato dalle forme di controcultura che non seguivano il movimento e l’industria culturale di massa spingendo gli esseri umani a seguire un solo trend, una sola verità, un solo simbolo.

La mia generazione ha vissuto il boom dell’immagine, dove avveniva il passaggio dalla tv a internet, e in questo contesto ho deciso di virare in un’altra direzione, verso la radio, perché penso che il suono e la musica siano i medium che permettono all’essere umano d’immaginare e che l’immaginazione e la coscienza siano le cose che ci rendono più umani. Ho quindi iniziato a creare dei progetti dove il suono e la parola erano i pilastri. Nel 2013 ho fondato V XX ZWEETZ, compagnia di produzioni creative, nata con il desiderio di proporre progetti multidisciplinari che rendano sensibili le persone a situazioni attuali. Non sono un esperto di teatro, di radio o di fotografia, ma scelgo ogni volta il mezzo più efficace per comunicare. La multidisciplinarietà è una mia caratteristica, forse perché sono cresciuto parlando tre lingue e quindi mi riesce facile saltare da una disciplina all’altra.

Ti confesso che fino a due o tre anni fa ero ancora un po’ perso, non sapevo bene cosa stavo cercando. Il mio percorso educativo è stato abbastanza casuale. Dopo il liceo avrei potuto seguire i passi di mia madre studiando teatro, oppure quelli di mio padre che era nel mondo della comunicazione e della grafica. Mi sono laureato in Comunicazione a Lugano e in seguito ho lavorato a Milano in pubblicità. Tutto questo però è durato poco perché non mi ritrovavo in questo mondo di “indottrinamento commerciale”, ho ripreso perciò gli studi iscrivendomi a filosofia. Per ragioni economiche ho dovuto interrompere l’università e in quel periodo mi sono dedicato alle passioni che stavano nascendo in me: la radio, la musica e il teatro, che in un certo senso fa parte del mio DNA. Con un amico abbiamo fondato Radio Gwendalyn e, per mantenermi, ho creato un’agenzia di comunicazione. Ho vissuto in vari luoghi, muovendomi sempre molto e senza avere una dimora fissa. Poi l’incontro con Laura Pasetti, allieva di Giorgio Strehler, con cui ho iniziato a recitare e che mi ha portato ad avvicinarmi alla poesia di Shakespeare. Con la sua compagnia, Charioteer Theater, abbiamo presentato i classici in inglese per le scuole, viaggiando in tutta Italia. La passione per il teatro cresceva in me e circa tre anni fa ho iniziato con le mie produzioni. In questo momento desidero anche esplorare e in futuro sono previste delle collaborazioni con alcuni artisti di Bruxelles e di Londra legate alla mia passione per la radiofonia, e alle residenze radiofoniche come mezzo di comunicazione d’eccellenza per sviluppare l’immaginazione delle persone.

Come nascono i tuoi progetti?

Osservo molto il comportamento umano di massa come le grandi migrazioni, i sistemi autoritari e la loro influenza sulla gente, il conformarsi delle persone alle cose…  e di solito quando c’è un momento di fastidio o una storia che mi affascina e che mostra le contraddizioni umane, lì nasce un progetto artistico. Generalmente creo per poter rendere le persone più sensibili al mondo e anche in Secret Sound Stories ciò si riscontra: si torna un teatro a uno a uno, one to one, grazie anche alla tecnologia con delle cuffie wireless e Bluetooth. Un attore scrive una storia ad hoc su una fotografia raccontandola direttamente ad un’altra persona. Le storie fanno emergere contraddizioni affrontando temi come la guerra, la fame, le migrazioni, i senza tetto…

Recentemente siete stati invitati al Trasparenze Festival di Modena con Secret Sound Stories e in questi giorni sarete presenti al 3° incontro svizzero dei teatri con Word and Music – Beckett Sounds

Sono molto contento ovviamente di questo anche perché dimostra che quello che stiamo facendo piace alla gente e viene riconosciuto.  Non mi ritengo “arrivato” e i riconoscimenti per i singoli progetti indicano che stiamo andando nella buona direzione. Credo che per rimanere professionali occorre continuamente rimettersi in gioco, ascoltare le critiche per migliorarsi. Ho sempre lavorato con poco e spero che ciò ci dia la possibilità di accedere a fondi più importanti per continuare in questa progettualità.

L’arte per te è…

L’arte è una forma d’espressione. A me interessa la funzionalità dell’arte perché secondo me è l’unica forma che abbiamo a disposizione per andare a parlare al cuore delle persone. Riuscire a entrargli dentro e cambiare qualcosa, rendere le persone più attente, più sensibili, più umane, questo per me è il compito dell’arte.

Intervista di Manuela Masone