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Divisione Eventi, 22.06.16

Incontro con Monica Morini, fondatrice del Teatro dell'Orsa

Raccontaci qualcosa di te… Come è iniziata la tua passione per il teatro e per il teatro dei ragazzi?

Provengo da una città, Reggio Emilia, che ha un’attenzione particolare all’infanzia grazie al metodo Malaguzzi che ha dato dignità ai bambini, riconoscendo che il bambino nasce competente e che il ruolo degli educatori è quello di svelare queste sue competenze. Cresciuta in quest'atmosfera dove fin dall'infanzia l’ascolto mi è stato donato, tutto il percorso sia di studi che di apprendistato nel teatro è passato dallo sguardo dell’infanzia.

Ho iniziato a fare teatro alle medie, ho proseguito al liceo e all’università scegliendo un percorso di letteratura dove ho potuto dedicare attenzione particolare alla letteratura per l’infanzia. In seguito ho svolto un percorso autopedagogico cercando i grandi maestri e più tardi ho preso parte al progetto I Porti del Mediterraneo dell’Ente Teatrale Italiano, con Marco Baliani, che per me ha rappresentato una grande scuola. Poi ho lavorato con il Teatro delle Briciole e il Teatro Gioco Vita, tutto ciò ha rappresentato una grande nave-scuola di pratica. Dall’età di 13 anni quindi sono all’interno di questo mondo.  
L’esperienza di Bernardino Bonzani, fondatore di Europa Teatri a Parma si è fusa alla mia dando vita al Teatro dell’Orsa, anche attraverso preziose collaborazioni come quella con Franco Tanzi e con Annamaria Gozzi.

Il 24 giugno presenterete uno spettacolo al Family Festival del LongLake, puoi anticiparci qualcosa?

I bambini non sono solo i nostri alleati ma sono noi al nostro meglio - come dice Mariangela Gualtieri - sono i nostri profeti, sono quelli che vedono più lontano e hanno uno sguardo poetico e lirico sul mondo.

Lo spettacolo A ritrovar le storie è nato da un progetto che abbracciava i bambini e gli anziani. Prima di essere uno spettacolo è stato una grande officina, un laboratorio dove abbiamo fatto incontrare i bambini con gli anziani nelle case protette e abbiamo trovato delle parole ponte per far sì che si raccontassero l’un l’altro pezzi di memoria. Anche i bambini sono serbatoi di memoria, spesso dico ai ragazzini di 10 anni: “voi avete 3600 giorni nelle vostre tasche, in questi 3600 giorni vi siete commossi, avete riso forte, avete pianto forte, vi siete stupiti, annoiati, avete inciampato nella vita e vi siete rialzati”

Dentro A ritrovar le storie abbiamo cucito pezzi di memoria raccolti dagli anziani e dai bambini, memorie d’infanzia unite a pezzi di narrazione, a fiabe tradizionali. Ad esempio c’è una fiaba nota in tutta Italia che è quella di Colapesce, che ha veramente centinaia di versioni ed è legata alla memoria del mare, alla grande malinconia che abbiamo di tornare ad essere “esseri” acquatici. C’è anche la storia di un furbo sciocco di nome Mengone che rappresenta l’erede di tutte le culture popolari in cui ritroviamo la figura del ragazzo che sembra sciocco ma che in realtà se la cava meglio degli altri. Tutto ciò unito alla memoria raccolta dagli anziani e dai bambini e rielaborata drammaturgicamente.  Nello spettacolo ritroviamo note molto comiche ma anche commoventi, come la vita dove a volte piangiamo e ridiamo anche a distanza di poco tempo.

A ritrovar le storie non è solo uno spettacolo per ragazzi, ma per tutti. Bisogna sfatare l’idea che le storie siano per bambini, le storie ci dicono chi siamo, ci allenano alla vita, ci fanno superare gli ostacoli, ci incoraggiano quando siamo devastati, o quando siamo troppo leggeri ci ricordano anche la pesantezza, la morte. Lo spettacolo tocca vari livelli, perché le diverse età della vita risuonano in modo differente con le storie. Le reazioni al racconto si formano prendendo la curvatura della nostra anima, a volte si appoggiano là dove siamo pronti a commuoverci o dove abbiamo voglia di ridere forte. Il teatro che facciamo è un teatro assolutamente popolare, si porge a tutti coloro che vogliono farsi toccare dalla bellezza e dal mistero della vita

Cosa riuscite a comunicare attraverso l’arte ai bambini? Ci sono momenti in cui i ruoli si invertono e sono i bambini ad insegnarvi qualcosa?

Credo che la parola fondamentale che unisce l’arte e l’infanzia sia: incantamento. L’incantamento è la capacità di fermarsi a guardare e lasciare che il mondo ti attraversi. Lo sguardo in arte, lo sguardo degli artisti, è uno sguardo stupito sul mondo. Lo stupore porta all’ascolto profondo e rivela i segreti. 
Nel teatro la metafora scavalca sempre la realtà ma allo stesso tempo le resta aggrappata. Secondo me i bambini hanno il medesimo sguardo capace di scavalcare la realtà, mantenendo al contempo un piede nella stessa. 

Come nasce uno spettacolo?

Credo che quasi tutte le storie belle nascano perché devono essere raccontate. È come se le idee ci volassero intorno come uccelli che cercano un nido e tornano, e tornano, e tornano finché non senti che le devi accogliere e covare. L’idea di A ritrovar le storie nasce dal libro che Annamaria Gozzi ed io abbiamo pubblicato. Si tratta della storia di un paese che ha perso la memoria e ha perso le parole; un paese molto vicino a ciò che tante volte viviamo oggi. La gente ha spesso lo sguardo fissato sul cellulare: si trova al ristorante, in un parco o altrove e non si parla, ma manda messaggi. È come se oggi fossimo tutti presenti ma sempre in un altrove, mentre il teatro ci chiama a un qui e ora. A ritrovar le storie racconta di un paese che ha perso la memoria e che la ritrova grazie a un saltimbanco che “porta parole” che rivelano le storie risvegliando i ricordi. Lo spettacolo rappresenta la  metafora dell’arte che ha questa funzione di risvegliare la memoria. Nel laboratorio svolto con bambini e anziani avevamo, come dei pescatori, raccolto tante memorie ma in uno spazio non ancora composto. Piano piano, lavorando insieme, le memorie si attraevano le une alle altre e le storie prendevano senso nel loro concatenamento. Così è nata questa drammaturgia che ha due binari, quello della memoria popolare e quello della memoria personale che diventa universale. 

di Manuela Masone