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Tony Manero

Rassegna Assaggi di cinema - V edizione - Il cinema dell'America Latina

Come sintetizzare in pochi titoli la storia cinematografica rappresentativa di più di venti paesi con 600 milioni di abitanti, una babele di lingue e di culture influenzate da secoli di colonizzazioni?

È difficile raccontare l’America Latina come un’unica realtà, il concetto stesso di America Latina costituisce un problema: non è infatti un’espressione rigorosa, benché sia attualmente di uso corrente nella maggior parte dei paesi del mondo e nella nomenclatura internazionale il suo significato si è modificato negli ultimi decenni a causa di una ritorvata indipendenza e una progressiva consapevolezza di un’identità culturale propria.

Anche nel cinema i paesi dell’America Latina hanno prodotto momenti significativi, espressione di una cultura che ha saputo coniugare passato e presente, rileggendo i generi cinematografici con occhio attento e indagatore. Negli ultimi decenni i registi hanno saputo percorrere una strada autonoma, innovativa e affascinante, emancipata dai retaggi culturali dei paesi colonizzatori.

Come ogni anno, il critico cinematografico Mariano Morace ha sintetizzato in pochi titoli la storia cinematografica di un intero continente e ha proposto la sua personale selezione dei film rappresentativi della ricchezza e diversità culturale di questi paesi.

Regia di Pablo Larrain

Drammatico | Brasile-Cile | 2008 | 98'

Interpreti: Alfredo Castro, Amparo Noguera, Héctor Morales, Elsa Poblete, Paola Lattus

Siamo nel 1979, a Santiago del Cile, in pieno regime di Pinochet: Raùl Peralta, ossessionato dal protagonista del famoso film con John Travolta, passa il tempo a imitarne passi e movenze in uno spettacolo di danza che si tiene ogni sabato in un night-club di periferia. Lo stato di alienazione nel quale si trova a vivere il protagonista, deciso a tutto pur di poter vivere come il suo mito, lo porta a compiere crimini sempre più efferati e senza senso, che passano però inosservati…
Difficile collocare questo film in un genere solo: è infatti un mix folle tra musical, dramma e film di denuncia sociale. Una pellicola che sceglie una via atipica per mostrare gli orrori della dittatura, puntando sulla perdita di identità e il naturale cinismo che nasce negli uomini braccati dalla polizia segreta e costretti a vivere senza leggi o certezze. Da un lato, il film è una critica al regime di quegli anni, dall’altro dimostra quanto la cultura pop americana abbia influenzato il mondo sudamericano (e non solo), anche in un periodo nel quale la dittatura pareva aver eretto un muro invalicabile tra il Cile e il resto del mondo. Raùl, il protagonista, non si limita a sognare di essere Manero, ma si definisce lui. Non è un semplice disadattato è un vero e proprio sociopatico. Egli passa dalla danza all’omicidio senza mostrare dubbi o rimorsi, deruba, aggredisce e usa le persone con un tale senso di rassegnazione e svuotamento di senso morale da lasciare lo spettatore disarmato, incapace di comprendere e di identificarsi.

«Si fa chiamare Tony Manero, come John Travolta ne La febbre del sabato sera, ma non gli somiglia affatto. […] la sua unica speranza sono i concorsi per sosia con cui nel Cile di Pinochet altri emarginati come lui cercano uno straccio di identità e insieme un modo per campare.» Fabio Ferzetti

Torino Film Festival 2008, premio Fipresci a Pablo Larrain, miglior film
 miglior attore Alfredo Castro

Programma Rassegna Assaggi Di Cinema- V edizione


 


Mariano Morace: critico cinematografico


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