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SHTETL! - Viaggio musicale nell’Europa dell’Est. con I Mishkalè

Classica Festival - LongLake

Shtetl significa semplicemente villaggio, eppure nel momento stesso in cui questa parola viene pronunciata, scatena in ognuno di noi il ricordo di quella realtà secolare che in pochi anni fu spazzata via dalla guerra. Lo shtetl ha i colori di Marc Chagall e il bianco e nero di Kacyzne o Vishniac, che congelarono nei fotogrammi, centinaia di scatti di vita ebraica nell’est Europa, in particolare in Polonia; lo shtetl ha i suoni dei racconti di Isaac Singer e di Shalom Aleichem o della musica klezmer, dall’ebraico kley zemer, gli strumenti del canto.

Nel klezmer, su una base di tradizione ebraica a volte con richiami al canto sinagogale, si innestano sonorità e modi che appartengono a musiche tradizionali di paesi diversi: musica est europea, russa, greca, turca, gitana, i suoni duri del tedesco e il carattere ribelle della musica zingara.

I musicisti, i klezmoyrim, erano per lo più musicanti di strada, spesso viaggiavano da un paese all’altro con i loro strumenti a fiato, i violini, i tamburini. Non suonavano musica da concerto, ma la musica della vita, quella per la nascita di un bambino, per la festa del bar mitzvah, per il matrimonio, come Kashene kalla mazel tov!

I Mishkalé accompagnano il pubblico in un viaggio che parte da un piccolo villaggio, le cui immagini corrono sulle note di Belz, mayn shtetl Belz, un villaggio in cui la sera, un vecchio ebreo stanco, siede davanti a un bicchiere di vino e osserva il cielo, oro scuro, punteggiato di stelle e la sua visione ha la nostalgia e l’intensità di Stiller Abend, una ballata in bilico tra liricità e ritmo sostenuto. Il villaggio è animato da personaggi interessanti, come i tre lavoratori che raccontano la loro misera condizione ma possiedono quel senso dell’umorismo per cui, nonostante i patimenti, si ritrovano a cantare Melache Meluche, il lavoro è una regina! In quel microcosmo in cui gli affari migliori si stringono davanti a una tazza bollente di the, preparato al ritmo del foxtrot con U Samovara, si muovono agili i musicanti, grintosi nel tradizionale Der Heyser Bulgar, espressivi e melanconici nel balcanico Ajde Jano.

E quando cominciano le emigrazioni dall’est Europa verso l’America, la Goldene Medina, gli ebrei salpano a migliaia a bordo delle grandi navi. Al momento di partire mettono in valigia qualche indumento, il cuscino di piume d’oca, il libro di preghiere in ebraico e manciate di parole in yiddish, il gusto del brodo di pollo e le melodie che avevano accompagnato la loro vita fino a quel momento. Quando il klezmer tocca il suolo nella nuova terra, incontra un altro genere musicale, il Jazz, e ancora una volta quella musica ibrida e in perenne viaggio, assume nuove forme e comincia a raccontare una nuova storia, come quella delle Barry Sisters, figlie di un ebreo ucraino, posatore di linoleum, che sogna un grande futuro per le due ragazze e permette loro di cantare i grandi classici della tradizione in yiddish, come Chiribim Chiribom, ma a un patto: dovranno avere un accento autentico, perché l’America è la loro nuova patria, ma non bisogna mai dimenticare da dove si è partiti.
 

Shtetl, con i Mishkalé, racconta di radici e strappi, di viaggi ed esili, in un alternarsi di racconti, musica e canto, in un universo di emozioni.

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