Unnamed 1

Igor Ponti. Quel luogo alla fine del fiume

Wor(l)ds Festival - LongLake

Nella storia del paesaggio fotografico vi è sempre stato spazio per una certa epica dell’immagine, la ricerca di un sublime di impronta romantica (da Timothy O’Sullivan ad Ansel Adams). In seguito, dopo le forme pure della straight photography, si è prima esaltata la modernità della natura (Bauhaus, Nuova Oggettività) per poi largamente indagare su un paesaggio antropizzato, ed, infine, sui luoghi in profonda mutazione su scala globale (Andreas Gursky). In sintesi, questo il vastissimo percorso della fotografia di paesaggio.

Da parte sua, a margine dello spazio verde cittadino - come fece a cavallo del Novecento Eugène Atget nei jardins fotografando le statue e gli alberi per fornire “documenti per artisti”- Igor Ponti testimonia un raro intervento di architettura paesaggistica alle nostre latitudini: il muro di cinta ottocentesco, delimitante l’area della Villa al centro del parco, è stato abbattuto e sembra che scivoli nella foce, rinaturalizzando l’incontro tra il lago e il fiume. Tra gli altri interventi, una passarella di legno, senza balaustre e barriere, è stata costruita per permettere ai cittadini di riconquistare un rapporto con la superfice dell’acqua, e, più in generale, con la natura.

Rispetto alle prove fotografiche che vanno oggi per la maggiore, obbedienti a un’estetica spettacolare e globalizzata, Ponti si concentra su un luogo fortemente limitato per raccontare visivamente la storia minore di una riconquista ecologica. Un progetto condotto con la giusta attenzione e calma, attraverso una frequentazione continua del cantiere. A livello formale, grande cura è data ai colori atmosferici, alla temperatura degli stessi, alle sfumature e al passaggio delle stagioni. Per poi sintetizzare, distillare l’ampio archivio di negativi in una breve quanto significativa sequenza contenuta nel libro.

Per Lugano, cittadina che deve la sua fama a un immaginario fatto di cartoline, e che oggi subisce un consumo parossistico del suo territorio, la “Foce” è, ribadiamo, un luogo nuovo, libero e di tutti. Si può affermare che tale rinascita sia il vero soggetto di Ponti.

Rispetto al progetto e libro precedente del fotografo, “Looking for identity”, dove, da ticinese, egli cerca, non senza ironia e non senza fatica, una propria identità spingendosi oltre la barriera fisica delle Alpi, qui l’identità è data da altro: dalla riscoperta del quotidiano, dal lento fluire dei ricordi riattraversando luoghi in cui abbiamo vissuto. Se per gli artisti della Land Art il territorio è uno spazio artistico su cui intervenire, Ponti ne diventa invece un partecipe testimone, lasciando l’azione di rimodellamento alla natura stessa. In breve, il progetto fotografico della “Foce” appare quindi come piccola metafora della necessità di uno spazio vitale – la necessità di un luogo dove riconquistare l’orizzonte, non solo fisico ma soprattutto esistenziale, passeggiando – letteralmente - ad altezza di lago. 

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