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A me non pareva contradizione...tra questa apocalissi e quel vangelo

L'intera opera poetica di Giovanni Pascoli è segnata da riferimenti più o meno espliciti al Vecchio e al Nuovo Testamento: dalla Rachele della Genesi, alla Natività del Vangelo, dalla biblica verga di Mosé, al giglio dell'Annunciazione, dal mito apocalittico di Gog e Magog, al sacrificio di Cristo. La presenza di questi motivi scritturali, anche nei titoli definitivi di alcuni saggi critici pascoliani come il settimo giorno o L'Avvento, disegna un percorso letterario, che ha il suo centro nella conferenza su Leopardi La Ginestra, che Pascoli tenne a Roma nel 1898. La Ginestra è interamente costruita su una rilettura della massima del Vangelo di Giovanni, che Leopardi aveva posto in esergo al suo ultimo canto: "E gli uomini amarono meglio la tenebra che la luce" (Giovanni 3, 19). La luce sarebbe l'accettazione della fine come limite della conoscenza, verso la quale Leopardi avrebbe indirizzato un'umanità ancora illusa e presuntuosa, e per questo avvolta nella "tenebra". Da questa superiore coscienza dell'"apocalissi", come destino comune a tutti gli esseri viventi, trarrebbe forza e ispirazione tutta terrena del Vangelo. Nel testo della conferenza di Pascoli su la Ginestra si legge infatti: "A me non pareva contradizione tra queste parole che pur sono un annunzio di dolore, e altre che erano novella di gioia: tra questa apocalissi e quel vangelo".


Relatore:

Massimo Castoldi, docente di filologia italiana all'Università di Pavia, membro della commissione per l'Edizione Nazionale delle Opere di Giovanni Pascoli e del comitato scientifico della "Rivista pascoliana".

Immagine: www.pixabay.com



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