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Interviste, 05.05.17

Incontro con Federico Moccia

Federico Moccia è stato ospite del The View Lugano per un incontro con il pubblico moderato da Duilio Parietti. L’autore, regista e sceneggiatore italiano ha conosciuto il successo con Tre metri sopra il cielo - da cui è stato tratto il film che ha rivelato Riccardo Scamarcio - divenuto un cult e la dichiarazione d’amore più taggata sui muri di Roma. AgendaLugano lo ha incontrato.

La storia di “Tre metri sopra il cielo è particolare”, perché lo hai pubblicato in 1200 esemplari a tue spese nel 1992 con una casa editrice che ha chiuso poco dopo ed è andato a ruba. Non è stata possibile una nuova pubblicazione e gli studenti si passavo tra loro le fotocopie. Solo 12 anni più tardi ha conosciuto il successo attraverso il film e la riedizione da parte di Feltrinelli. Come nasce un libro? Come arrivano le idee?

Alcune idee nascono come un’improvvisa sensazione. Mentre osservi un luogo o un bellissimo panorama, una persona che passa,  scaturisce un attimo che ti fa intravedere il centro del libro, di ciò che desideri raccontare. Questo è il momento più importante.
Tre metri sopra il cielo è partito da un dolore, dalla delusione della prima storia d’amore finita. Attorno a questo si è ricamata la trama.
Altri libri nascono dall’osservazione, come L’uomo che non voleva amare. Uscendo dalla Messa di Natale a Piazza Navona, ho visto un uomo particolarmente ricco, elegante, bello, con un sacco di capelli… ma molto triste. Mi chiesi cosa poteva essergli successlo e da lì ho costruito il libro.
Da questo primo momento in cui nasce l’idea alla realizzazione può passare anche del tempo. La storia piano piano decanta in te, prende forma, si sviluppa e i tasselli si uniscono.

Durante l’incontro con il pubblico raccontavi che i libri mettono a nudo la storia dei personaggi e a volte ci si può rispecchiare. Permettono in certi casi di fare il punto su qualche aspetto della nostra vita, quando ci riconosciamo in una certa situazione. Cosa significa per te scrivere?

Amo raccontare, è una necessità. Non sei scrittore per la gente in generale ma per alcuni. A volte incontro delle persone che mi fanno tenerezza e penso che il mio libro possa essere loro utile, possa stargli vicino. Quando scrivo però non penso al pubblico perché non mi piace farmi condizionare. Penso ai miei personaggi, a come stanno in quel momento, in quel passo del libro, alle loro speranze, a come finirà questa storia e a come potrebbe finire diversamente…

Quando sei in fase di scrittura vivi con i tuoi personaggi?

Tantissimo. Quando ho scritto L’uomo che non voleva amare, Sofia, questo personaggio del libro, mi piaceva da morire. La vedevo fisicamente anche se non era una donna che conoscevo davvero. Era sensuale, una pianista, eccitante, divertente, con un carattere complesso, bella, con le lentiggini, con i capelli biondo scuri. Me la sono immaginata come piaceva a me.

Pensando al lucchetto che Step e Babi hanno fissato sul ponte Milvio in segno del loro amore e che in seguito ha fatto scuola tra i giovanissimi, pensi che l’amore abbia bisogno di un simbolo, di un segno visibile?

L’amore ha bisogno di tanti simboli – di fiori, di un gioiello, di un biglietto, di una sorpresa - è una continua necessità di manifestazione dell’attenzione per una persona. L’amore è una serie di tentativi di dichiarare in continuazione il tuo Ti amo. Il lucchetto è una promessa fatta insieme, una chiave gettata, un momento di sincerità vissuto insieme che vorresti durasse per sempre perché è bello ciò che provi.

Nel film “Scusa ma ti chiamo amore” c’è una scena dove Raoul Bova viene minacciato di essere inviato nella ridente Lugano. Ora che sei qui, che ne pensi della nostra località?

Non l’avevo mai vista così bene… Trovo che Lugano sia in realtà bellissima e dal The View Lugano si apprezza tutta la bellezza del lago e delle sue pendici, di questa parte di verde che sprofonda nell’acqua in modo eccezionale. La vista è davvero spettacolare. Sarà mia cura e mia gioia tornare. Lugano è davvero ridente, un luogo di ispirazione e qui ho avuto un’idea… Chissà che in un prossimo libro non ci sia un passaggio a Lugano, in una chiave che valorizzi al meglio la città?

 

di Manuela Masone