Faletti 3

Interviste, 12.05.17

Incontro con Roberta Bellesini Faletti

Proseguono gli incontri del maggio letterario al The View Lugano, che ha accolto Roberta Bellesini Faletti per un incontro con il pubblico nel quale ha ricordato e reso quasi tangibile la presenza del marito Giorgio Faletti, attraverso spezzati di vita e aneddoti. AgendaLugano ha potuto dialogare con lei sul poliedrico scrittore, cantautore, attore e comico italiano scomparso nel 2014.

Si è parlato di suo marito come di un uomo mosso dalla curiosità. Quanto fa secondo lei la curiosità nella creatività?

Secondo me è il motore perché non si può essere creativi se di base non c’è il desiderio, la voglia di scoprire. Una scoperta che non riguarda necessariamente qualcosa di materiale o un luogo ma potrebbe anche significare andare a fondo nell’animo umano, nei sentimenti, in certi meccanismi di relazione. Di base deve esserci il desiderio di scoprire e poi descrivere e raccontare agli altri quello che si è scoperto.  Quando chiedevano a Giorgio dove prendeva l’ispirazione, come nascessero le idee, lui diceva che in realtà non sapeva da dove provenissero, ma che il suo ruolo era quello di essere una sorta di radar, attento a 360 gradi a tutto quello che lo circondava. Ad esempio lo spunto per la canzone Angelina, contenuta nella raccolta Da quando a ora, lo ebbe ascoltando due ragazzine che si raccontavano i rispettivi drammi d’amore, mentre in coda in gelateria aspettava il suo turno. Qualunque situazione o contesto può far nascere un’idea.

Com’era Giorgio Faletti in fase creativa?

Amava molto scrivere all’Elba dove abbiamo una casa molto bella, di fronte al mare, con gli ulivi. Quel luogo  gli dava molta tranquillità e serenità, rappresentava l’ambiente ideale per concentrarsi e scrivere. Prima di mettersi all’opera aveva i suoi riti, si svegliava al mattino molto presto, faceva colazione e poi andava nel suo studio. Nel primo quarto d’ora si dedicava ai dei videogiochi al computer che chiamava “spara, spara”, poi calava il silenzio e fino all’ora di pranzo si dedicava alla scrittura. Quando mi capitava di avventurarmi nel suo studio lo ritrovavo quasi “in trans”, completamente assorbito dalla passione con la quale scriveva e creava storie. Correggeva pochissimo i testi, in gergo cinematografico si direbbe “buona la prima”, questa era proprio una sua caratteristica. Di consuetudine scriveva un capitolo al giorno che la sera trovavo sul mio comodino. Desiderava che lo leggessi per dargli un parere perché mi diceva “vedi per me i tuoi commenti sono molto importanti perché io ho talmente tanto chiara in testa la storia che a volte rischio di dare per scontati dei passaggi o dei ragionamenti che invece un lettore non può non conoscere”. Questo era il suo modus operandi nella scrittura.

Nel suo ultimo libro “La piuma” si nota un cambiamento di genere, dal thriller alla fiaba “sapienziale” . Forse suo marito ha voluto relazionarsi con il suo pubblico in modo diverso?

Mio marito sapeva che il pubblico al quale si rivolgeva nei vari ambiti è sempre diverso e voleva essere sicuro di arrivare nella maniera giusta. Per lui era fondamentale,  e in questo era un po’ maniacale. I lettori di thriller ad esempio sono spesso un pubblico molto attento e pignolo. Qualche volta capitava che gli scrivessero sul suo blog richieste di chiarimenti perché secondo loro quel dettaglio non era stato precisissimo.

A volte è stato descritto come “affamato di parole”. In che senso?

Ogni parola veniva sempre scelta con cura. Quando scrivi il testo di una canzone hai a disposizione quei tre, quattro minuti al massimo e quindi ogni termine scelto, deve essere “la parola perfetta”, funzionale  a ciò che desideri descrivere. Giorgio utilizzava molto le metafore ed era una tecnica che secondo me - anche se io sono un po’ di parte - gli riusciva perché aveva questa capacità di rendere le emozioni o determinate immagini con la scelta esatta delle parole.

 

di Manuela Masone