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Interviste, 30.05.17

Incontro con Oscar di Montigny

Nei giorni scorsi, Oscar di Montigny - Direttore Marketing, Comunicazione e Innovazione presso la Banca Mediolanum oltre che keynote speaker internazionale, ideatore e divulgatore dei principi dell’Economia 0.0 - è stato ospite del The View Lugano per presentare il suo ultimo libro Il tempo dei Nuovi Eroi. Con AgendaLugano lo abbiamo incontrato per discutere di economia ma non solo…

Oggi le sole possibilità di risposta alla crisi finanziaria per industrie, aziende, banche e altri settori dell’economia e del commercio, sembrano essere le ristrutturazioni, con relative riduzioni del personale che non di rado vogliono dire maggiori carichi per coloro che restano. C’è un clima di insicurezza non solo per i lavoratori ma anche per gli imprenditori. Esiste una visione diversa? Quali principi comporta il suo concetto di Economia 0.0?

Mi sentirei di condividere l’utilità oggi più che mai di una visione che non si focalizza su una dimensione temporale di breve termine. Questo perché secondo me la situazione ora è abbastanza compromessa, ragione per cui a breve sarà difficile produrre delle soluzioni che invertiranno la tendenza. In secondo luogo, viviamo un momento storico di tali cambiamenti in cui potremmo, nel breve, assistere ripetutamente a accelerazioni, strappi o rallentamenti, nuove accelerazioni e così via, che potrebbero far sembrare tutto abbastanza isterico. Per cui qualunque tipo di strategia potrebbe risultare inefficace o magari dare l’illusione di un risultato molto importante, che in realtà poi ha i piedi di argilla.
In questo senso c’è un elemento che incide molto in tutti i contesti nei quali ci muoviamo, che è la pervasività della tecnologia. Stiamo vivendo non tanto un’epoca di cambiamenti bensì un cambio epocale dove la tecnologia ha fatto un salto esponenziale, si parla infatti di disruption, di exponential technology. Le tecnologie si stanno diffondendo a velocità elevata e stanno sostanzialmente migliorando ed efficientando tutti i processi.

Spesso però migliorare l’efficienza di alcuni processi significa che il lavoro viene svolto da altri rispetto a coloro che lo facevano abitualmente oppure che i processi avvengano senza più bisogno di dipendenti e da lì nasce quella che noi chiamiamo crisi. In molti settori poi è avvenuta una certa democratizzazione, come nel settore finanziario, in cui molta della ricchezza in passato si è fondata sull’indicatore dell’asimmetria informativa, i clienti cioè avevano poche conoscenze del contesto nel quale venivano investiti i loro soldi. Attualmente non è più così e questa democratizzazione delle conoscenze sta disintermediando tantissimi settori dell’economia reale. Stanno cambiando tutti i paradigmi della società e se dovessi in qualche modo prendere una posizione rispetto a chi si occupa di industria, di terziario, di pubblica amministrazione, è che oggi occorre cambiare il proprio punto di vista quasi sostanzialmente su tutto e secondo me l’unico reale approccio virtuoso è quello della centralità dell’essere umano.

Tara Gandhi mi raccontò che suo nonno era solito dirle “non è la velocità che fa la differenza, ma l’orientamento”. A fronte di una disponibilità immensa di tecnologia dobbiamo domandarci quale sarà l’utilizzo che ne faremo. La domanda è centrale perché con l’intelligenza artificiale, con una tecnologia che sa fare da sé sostanzialmente tutto e sa anche autoapprendere per migliorarsi, occorre definire l’orientamento. L’unica prospettiva vincente per il domani, sarà di mettere l’uomo al centro di qualunque sistema economico, sociale, civile, politico. L’uomo non in quanto essere di carne ma in quanto custode di valori, e ricostruire attorno a lui un nuovo sistema sociale. Se percorreremo la via dell'esponenzialità vincerà sostanzialmente chi avrà la capacità di adottare il più rapidamente possibile, a minor costo, le tecnologie migliori, con dei rischi a mio parere quasi certi di derive importanti. Questo processo in corso, di globalizzazione di tutti i sistemi, sta portando realmente maggiori opportunità e soprattutto tanta ricchezza, ma la sta concentrando nelle mani di pochissimi. Gli ultimi dati presentati al World Economic Forum mostravano come nel 2016, 62 persone possedevano la ricchezza pari alla metà più povera, nel 2015 erano 85, nel 2010 erano 388; lo scenario ipotizzato per il 2017 era pari a 8 persone. Questo fa riflettere sulla sostenibilità di un sistema: se guardiamo ai dati percepiamo abbondanza, ma da un’altra prospettiva vediamo povertà. Il sistema è fortemente sbilanciato e antieconomico, se per economia intendiamo una realtà che si regge e si autoalimenta da sola.

Credo che questa generazione di genitori, di politici, di imprenditori, di pubblici amministratori, debba essere la generazione che orienti il cambiamento. Occorre produrre una nota, non contraria al sistema ma complementare, che per quanto mi riguarda è rimettere l’uomo al centro. L’Economia 0.0 innanzitutto è una riflessione sul concetto di economia, da non economista. Fu una rivelazione quando lessi che il significato di economia è “arte di reggere e bene amministrare le cose della famiglia e dello Stato”. Scoprii innanzitutto che l’economia è un’arte e dove c’è arte c’è bellezza per antonomasia. Produrre bellezza con l’economia dovrebbe già portare ad una prima riflessione. Attualmente i mercati che fanno più economia in termini finanziari sono la guerra, il sesso e le scommesse che - qua sento di prendere una posizione radicale - non sono bellezza. Chiaramente non sto parlando dell’aspetto ludico della scommessa o della dimensione piacevole del sesso, sto parlando della strumentalizzazione di tutti questi processi a vantaggio di pochi.

Economia innanzitutto è un’arte, l’arte di reggere bene. “Bene” per me significa che rappresenti un vantaggio per chi offre e per chi domanda, per la collettività e per il pianeta. Non basta che sia un vantaggio per chi offre, come lo è stata tutta la dimensione commerciale fino a ieri. Non è sufficiente nemmeno che sia un vantaggio per chi offre e per chi domanda (porre il cliente al centro). Occorre produrre una transazione economica che sia un vantaggio per chi offre, per chi domanda, per la collettività e per il pianeta contemporaneamente. Credo che il mercato pagherà bene chi investirà sull’essere umano, che sia un cliente o un collaboratore. 

0.0 perché in un mondo dove tutti parlano del tre, quattro, 5.0, di qualsiasi realtà, lo 0.0 è una provocazione a tornare al senso delle cose, a rimettere l’uomo al centro. Manteniamo la velocità offerta dalla tecnologia, ma non scordiamo l’orientamento. Cosa poi significhi rimettere l’uomo al centro, lo voglio chiedere ad ogni imprenditore. Sarebbe presuntuoso immaginarsi di avere una formula che si adatti a chiunque, in qualsiasi contesto sociale o industria. Sono certo che l’uomo sia un essere profondamente buono nella sua intimità e originalità, e che come tale sappia, se si pone la domanda giusta, trovare le giuste risposte.

Un’idea può cambiare il mondo?

Secondo me il vero mercato del futuro saranno proprio le idee. Eleanor Roosevelt era solita dire “le piccole menti parlano delle persone, le menti mediocri parlano dei fatti, le grandi menti parlano delle idee”. Oggi è molto raro sentir parlare di idee nella quotidianità. Lo 0.0 è anche questo, perché sull’idea si può costruire  tutta l’architettura sociale. Non si tratta dell’idea “campata per aria” dell’uomo che pensa e non fa nulla. C’è un discorso di assunzione di responsabilità, che per quanto mi riguarda è ricondotta nuovamente all’essere umano. Oggi abbiamo messo in terza persona tutte le nostre responsabilità, si parla della politica, delle istituzioni, dei governi, del pianeta… La mia idea è che ciascuno decida di riprendersi in mano un pezzo di questa responsabilità collettiva. Chiunque tu sia, qualunque cosa tu stia facendo, riprendi responsabilità sulla tua vita. Responsabilità è abilità di dare risposte. Oggi ad esempio posso chiedermi quali nuove qualità devo produrre per poter sopravvivere ad un momento di crisi? Se userò le vecchie abilità per rispondere a nuove domande, produrrò vecchie risposte e quindi ne uscirò perdente. Purtroppo stiamo continuando a lavorare con abilità vecchie per dare risposte a domande nuove, è un atto irresponsabile. Ad esempio 100 professori, più responsabili, cioè abili nel dare risposte a ciò che il mondo dell’educazione chiede, possono produrre un cambiamento enorme se lo desiderano. Possiamo consegnare un mondo di violenza ai nostri figli, dove ognuno è arrabbiato o recrimina qualcosa, oppure tutti facciamo un bel respiro profondo, non rallentiamo, andiamo avanti, diciamo dipende da me e iniziamo a costruire un mondo nuovo. Questo è ciò che io chiamo divenire parte attiva nel disegnare un nuovo ordine sociale. Non si tratta di un movimento, o di un partito politico, ma di piccoli atti quotidiani.

Nel suo libro afferma che "il denaro è privo di segno, è anche privo di colpe. È l'uomo che decide come considerarlo"

Il denaro, detto da uomo che lavora nella finanza, per me è energia, è uno strumento di cui oggi l’umanità si è dotata come elemento che media delle transazioni, degli scambi, che deve essere vissuto però come un elemento di trasformazione. Grazie al denaro posso fare accadere delle cose, tra le quali anche quella di produrre qualità per la mia vita. Credo che il sistema debba produrre un surplus grazie al giusto investimento che ha fatto delle proprie energie - e in ciò sono assolutamente capitalista - penso pure però che questo surplus non debba restare nelle mani di pochi. Il denaro è un vantaggio per la collettività perché del surplus devo tenerne la giusta parte per me e devo reimmettere nel sistema tutto il resto. 

 

di Manuela Masone