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Interviste, 19.09.17

Incontro con Maria Bonzanigo e Hugo Gargiulo

Maria Bonzanigo e Hugo Gargiulo, co-fondatori della Compagnia Finzi Pasca, sono sposati dal 1998 e condividono la passione per il teatro. In occasione della residenza della compagnia al LAC Lugano Arte Cultura li abbiamo incontrati.

Com’è nata la sua passione? Era già immersa nel mondo artistico?

Maria B. - Mio padre proveniva dal mondo scientifico, mentre mia madre era insegnante di danza. Fin da piccola sono stata immersa in questi due mondi. La musica ha preso un posto importante fin dall’infanzia. La scelta è avvenuta in modo naturale

Come mai dagli studi di architettura è arrivato al teatro?

Hugo G. - Il mio è stato un percorso inusuale. Quando ho scoperto il teatro, avevo più di 20 anni e fino a quel momento l’architettura era il solo legame all’ambiente artistico. Ho conosciuto un po’ tardi quel mondo, ma una volta arrivato non l’ho più lasciato! Al mio percorso di attore e regista, quando ho raggiunto la compagnia, si è aggiunto quello di scenografo.

In cosa consiste la tecnica elaborata dalla compagnia detta “Teatro della carezza”?

Maria B. - Si tratta di un metodo di lavoro nel quale si ricerca l’empatia fra le varie persone che lavorano allo spettacolo. In secondo luogo si cerca l’empatia con il pubblico.

Negli spettacoli della compagnia si entra in un mondo onirico ma molto ancorato alla realtà…

Hugo G. - Sì, questa è la poetica che come compagnia attraverso il racconto, la musica e gli aspetti visuali presentiamo. Quando creo cerco sempre una certa astrazione che contenga emotività. La scenografia non è mai solo un’idea che porta a elementi concettuali, è un tutt’uno con quello che accade nello spettacolo.

In fase creativa, a che momento viene inserita la musica?
Maria B.
- In uno spettacolo la musica si adatta agli obiettivi e alla linea data nel nostro caso da Daniele Finzi Pasca, ai colori, alla tecnologia, al modo di recitare, ai tempi. Capita raramente che i brani vengano creati in anticipo rispetto allo spettacolo, la maggior parte delle volte nascono nel percorso di ideazione. La musica apporta uno strato, una dimensione in più che permette di raggiungere il pubblico e di portarlo in quel mondo onirico in cui la comunicazione avviene a livello inconscio. Un suono avvolge lo spettatore e lo porta, parallelamente agli altri elementi dello spettacolo,  all’ascolto di una parola. Avviene così una sinestesia in cui vari sensi sono coinvolti nell’esperienza. Lo scopo è quello di toccare le corde dell’anima, oltre l’analisi puramente razionale.

Per creare scenografie, bisogna essere un poeta, un artista, un artigiano o un esperto di nuove tecnologie?

Hugo G. - Un po’ tutto insieme. La compagnia ha cominciato con spettacoli molto semplici, facili da portare in giro, come Icaro. A partire da Nebbia (2007), che abbiamo coprodotto in Canada con il Cirque Éloize, siamo entrati nella logica di spettacoli acrobatici molto più complessi dal punto di vista della concezione, della tecnica e della logistica. Montréal Avudo ad esempio è stato una bella sfida dal punto di vista scenografico. Non c’erano attori ma si trattava di creare un’istallazione con musica, suono e immagini. Abbiamo pensato di dare vita all’acqua attraverso 24 fontane con getti di 34 metri. C’erano inoltre 4 schermi d’acqua di 30 x 15 metri e sullo sfondo erano stati posti dei container per il trasporto via mare sui quali venivano proiettate immagini. Attualmente mi sto concentrando sulla Fête des Vignerons che avrà luogo nell’estate 2019. Le nuove tecnologie sono un campo al quale portiamo particolare attenzione. Non si tratta però unicamente di introdurre una nuova tecnologia ma anche di tradurla in un quadro poetico, che possa al contempo raggiungere e stupire il pubblico. Il Teatro della carezza consiste nell’andare a cercare l’altro e toccarlo. Questo può essere fatto sia attraverso uno spettacolo semplice che uno più elaborato.

Sembra anche molto importante per voi curare l’aspetto umano, sia nell’amicizia che nel rapporto con il pubblico

Hugo G. - Sono arrivato in Svizzera per amore di Maria e per lavoro. Il nostro gruppo è legato da tanti anni e nell’ambiente artistico è una cosa rara. Fra di noi c’è una profonda empatia, ci si capisce nei momenti difficili e questo è uno dei pilastri del nostro lavoro. A livello creativo uno va nella direzione dove più o meno sente che anche l’altro sta arrivando e ci si completa bene.

Potete raccontarci qualcosa della residenza artistica trascorsa al LAC?

Hugo G. - Provare dentro ad un teatro per un periodo prolungato è un’occasione enorme. Ciò permette di mettere in relazione con lo spazio gli elementi concepiti per le future creazioni. Nel mio caso ad esempio l’utilizzo della luce laser e la combinazione degli elementi luminosi.

Maria B. - Per la compagnia è importante ritrovarsi e quattro settimane all’anno di residenza in realtà passano molto rapidamente. Avremmo voluto durassero di più…

Presto tornerete al LAC con le repliche di tre spettacoli – “Icaro”, “Per te.” e “Bianco su Bianco” - che avete chiamato “Trilogia della fragilità”. Da cosa deriva il nome?

Maria B. - Il tema ricorrente nei tre spettacoli è quello della malattia. Icaro è un viaggio epico che parla di come stare vicino ad un malato; Bianco su Bianco è la storia di una coppia in cui la donna si ammala ed è anche al storia della sua guarigione; in Per te invece, dedicato a Julie, la malattia ha il sopravvento. La rappresentazione parla di chi rimane e di chi è partito. Il filo conduttore della trilogia è quello della fragilità e mostra come il coraggio in fondo sia fatto di fragilità.

di Manuela Masone


Immagini: ©Viviana Cangialosi-Compagnia Finzi Pasca