Quasi niente photo mirco lorenzi copia

Territorio, 05.10.18

I tanti volti di "Quasi niente" - FIT Festival

Sul palco una poltrona, non a caso, rossa. Cinque personaggi perennemente in scena raccontano le loro vite, i loro disagi, la loro voglia di cambiare e le loro fragilità. Ma il tono non è pesante o malinconico, bensì autoironico, sconsolato e risoluto. Gli attori, che in un gioco di simbiosi e di scambio (senza mai affrontare un vero dialogo) illustrano le problematiche delle diverse generazioni di oggi, creano un loro personalissimo controcanto del film “Il deserto rosso” di Michelangelo Antonioni del 1964.

La “nostra” Giuliana – una e trina? – si abbandona a un flusso di coscienza senza filtri, inizialmente affermando di “non avere le parole giuste, perché nessuno gliele ha mai insegnate” e poi, in conclusione, decretando che “ogni tanto ci si devono dire le cose come stanno”, in un climax di silenzio-urlo liberatorio che ben illustra la sua psicologia.

L’interesse di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini per le figure marginali si riconferma nella scelta di questo personaggio, che esprime tutta la sua inadeguatezza nell’affrontare la vita:

«Quasi niente è un lavoro non solo sul disagio, la fragilità, le crepe, ma anche sulla fanciullezza di una donna che il mondo non sembra più interessato ad ascoltare. C’è qualcosa in lei che ci parla di una ricerca di verità che spesso, nella nostra sempre maggiore “capacità” di stare al mondo, abbiamo perso. Ci siamo adattati. Accomodati, abbiamo azzittito domande come quelle che lei si pone: “Ma cosa vogliono che faccia con i miei occhi? Cosa devo guardare?» (Note di regia)

Se nel film di Antonioni la parola chiave poteva essere “alienazione”, nella pièce di Deflorian e Tagliarini un verbo spicca su gli altri con insistenza: “depensare”. La Giuliana della pièce, se così possiamo chiamarla, sintetizza la sua situazione psichica con il neologismo di Carmelo Bene, affermando infatti che l’unica cosa che vuole fare è proprio “depensarsi”.

In un finale letteralmente a testa in giù, dietro al separé-sipario che lascia intravedere i loro movimenti, i personaggi chiudono la parabola dello spettacolo senza fornire una soluzione al loro malessere. I colori e le luci-ombre, così importanti anche nel film, restano sullo sfondo di un palcoscenico che non ha saputo risolvere i loro interrogativi, ma che gli ha dato modo di esprimersi e, indirettamente, di tematizzare la loro inidoneità.

Alice Di Gloria